Stereophonic-non-Stereotypical
Eccole qui, le due ristampe più attese di questo periodo: Rob LoVerde e Shawn Britton stavolta hanno messo le mani sui “Texas Flood” e “Couldn't stand the Weather”, e la loro magnifica Studer modificata dal guru della hi-end Tim De Paravicini ha spremuto anche le ultime gocce di sangue e sudore dai due storici master, come faceva Stevie torturando la sua Stratocaster.
Già, perchè questo è Stevie Ray Vaughan: quando piombò sulle scene, prima come attrazione locale in giro per il Texas, e poi come artista internazionale a tutti gli effetti, forse non si poteva dire che avesse inventato qualcosa, ma quello era un periodo in cui tutti i chitarristi sventagliavano scale inseguendo l'ombra di Eddie Van Halen, e le vetuste strutture del blues sembravano dei ferrivecchi di cui liberarsi. Invece, con la ferocia delle sue performance, Stevie rivitalizzò quelle sonorità imprimendovi il suo personalissimo marchio di bluesman sanguigno, appassionato e a tutto gas come una Chevrolet decappottabile. Sarà anche stato in debito con molti grandi vecchi, come Albert King o Johnny Copeland, ma non c'era dubbio fra chi potè assistere dal vivo a un suo concerto che qualcosa del genere mancasse ormai dai tempi di Jimi Hendrix.
Comunque, serviva proprio che si muovesse la Mobile Fidelity per ridare a questi album il lustro che meritano; le prime edizioni Epic su compact disc erano abbastanza opache, e le riedizioni del '99 a cura di Vic Anesini, pur facendo segnare un certo miglioramento, soprattutto per quanto concerne la chiarezza e la separazione degli strumenti, non avevano secondo me ancora centrato il bersaglio del perfetto equilibrio. Non si tratta di registrazioni audiophile, si intende, anzi la storia dice che “Texas Flood” è solo poco più che un demo (registrato a casa di Jackson Browne, a Los Angeles, in un paio di giorni di novembre del 1982) con pochissimi ritocchi di postproduzione, e “Weather”è frutto di 19 giorni di session al Power Station di Manhattan, un tempo brevissimo paragonato alle lungaggini di molti campioni del rock moderno; ma Stevie era fatto così: attaccava la spina e partiva; se ne accorse David Bowie, quando chiese i suoi servigi per il l'album “Let's Dance”, e Stevie incassò un cospicuo assegno con mezza giornata di lavoro, e se ne accorse anche John Hammond, che supervisionava le registrazioni di New York, e al primo take di “Tin Pan Alley” disse che meglio di così era impossibile.
Quindi alla MoFi dovevano catturare al meglio questa viscerale energia, e ancorarla in modo organico alla compattezza della (sottovalutata) sezione ritmica di Tommy Shannon e Chris Layton; la vecchia edizione Sony Mastersound di “Weather” (che quella volta costava un occhio, accidentaccio) in questo aveva fallito in pieno, virando tutto verso tonalità glaciali, mentre Britton e LoVerde, meglio che Anesini, hanno saputo recuperare l'elettricità e l'immediatezza di quelle session senza sacrificarne delle porzioni importanti. Non ci sono particolari effetti speciali; Stevie usava un Tube Screamer Ibanez e poco altro, e gli altri Special FX erano farina del suo sacco: finalmente la Stratocaster frenetica si staglia al centro della scena, e basso e batteria sembrano spingercela addosso; non sono dischi da ascoltare leggendo un libro, questi nuovi Mobile Fidelity: meglio aprirsi una birra e godersi lo spettacolo, esattamente come faremmo in un music club a San Antonio. E parlo solo dello strato redbook, perchè non avendo un lettore apposito, non sono in grado di valutare quanto possa essere valida la versione hi-definition. Mi dicono che sia migliore della Sony, ormai peraltro ampiamente fuori catalogo, e questo conferma che a Sebastopol, California, e alla Zomax Optical, ormai lo standard qualitativo è altissimo, e la continuità nello sfornare prodotti di eccellente livello forse è addirittura superiore ai pionieristici esordi dello half-speed-mastering. E mi sto anche abituando al packaging replica-LP, che non ho mai amato. Ottimi davvero.