Stereophonic-non-Stereotypical
Una volta la domenica era un rito: la mattina andavamo a messa, c'era la pasta fatta in casa dalla nonna, in TV imperversavano Pippo Baudo o Raffaella Carrà tutto il pomeriggio, coi risultati delle partite in sovraimpressione, e tenevamo un occhio per “Domenica In” e un orecchio per la radiolina che gracchiava le cronache calcistiche in diretta, attraverso le voci inconfondibili e familiari degli storici giornalisti di “Tutto il calcio minuto per minuto”; poi la TV di stato scodellava i servizi di “Novantesimo Minuto”, con il sobrio Paolo Valenti in cabina di regia, e solitamente, il secondo tempo della partita principale del giorno, con Giorgio Martino in telecronaca differita, fin quasi alle sette di sera, quando i tortelloni erano belli che digeriti. Per l'approfondimento della “Domenica Sportiva”, bisognava aspettare dopo le dieci, e per un po' di italianissime chiacchiere da bar addirittura il lunedi sera col “Processo” di Biscardi; poi, non rimaneva altro che qualche sporadico mercoledi di coppa per interrompere l'astinenza sportiva tra una domenica e l'altra: andavano benissimo il Milan, o la Roma, o qualsiasi altra; l'importante era mettersi in poltrona e vedere una partita, anzi finivamo per fare il tifo per tutte le squadre italiane, e per apprezzare anche calciatori a cui la domenica solitamente auguravamo di finire sotto un treno.
Non c'era molto calcio in TV, ai tempi del monopolio, ma non era un male. E invece oggi, prima le emittenti private, e poi le pay-tv, hanno fatto in modo di sconvolgere la nostra abitudinaria domenica, tagliando a fette la giornata calcistica e riempiendo di asterischi la classifica, oltre che infarcendo il resto della settimana con delle trasmissioni che in buona sostanza sono fiacche fotocopie del format biscardiano ripetute fino alla noia.
Il calcio è diventato in tutto e per tutto una merce da vendere, e dunque deve piegarsi a questa esigenza, a costo di fare a pugni col buon senso. Ecco dunque un elefantiaco campionato a 38 giornate, che inizia quanto siamo ancora in spiaggia e finisce col solleone di fine maggio; ecco l'anticipo del sabato, il posticipo serale, quello pomeridiano, quello del lunedi, come il recente Napoli-Palermo (che in sostanza ha spalmato la quindicesima giornata giornata nell'arco di ben 72 ore), quando buona norma vorrebbe che tute le partite si giocassero simultaneamente, per non influenzare l'andamento del torneo; non parliamo poi della partita di mezzogiorno, una vera assurdità sia per i telespettatori, sia per chi segue la propria squadra allo stadio, ma soprattutto per i calciatori stessi; il metabolismo e le abitudini alimentari dell'italiano medio mal si adattano a una performance atletica programmata per l'ora di pranzo, e a poco vale la constatazione che nella Premier League inglese si giochi a mezzogiorno da una vita; anche se il calcio britannico è diventato il nuovo punto di riferimento agonistico e finanziario per le federazioni di tutta Europa, e anche se le inglesi ultimamente ci piallano in tutte le coppe, imitarne le abitudini è una solenne sciocchezza, perchè non saremo mai come loro: gli inglesi girano in maniche corte anche in novembre, a colazione mangiano uova e pancetta e a pranzo un panino, e il loro calcio è storicamente più atletico e veloce del nostro; quindi c'è poco da fare, abbiamo differenze geografiche e antropologiche troppo importanti per cercare di copiarli. E l'enorme impennata degli infortuni muscolari degli ultimi anni è un dato che dovrebbe far riflettere, come del resto il pessimo stato di forma fisica della nostra nazionale agli ultimi mondiali, quello sì, purtroppo, assolutamente in linea con la nazionale di Rooney e soci, la quale nel frattempo paradossalmente sta tentando di italianizzarsi sotto la guida del nostro Fabio Capello.
Perfino dal Vaticano, per bocca di Don Carlo Mazza, si sono levate proteste contro quest'indigesto spezzatino calcistico; in questo caso, se le chiese si stanno svuotando forse anche più velocemente degli stadi, il dare la colpa al troppo calcio in TV è una piccola forzatura, però, al contrario della Chiesa, il pallone italico ha la possibilità di rinnovarsi e migliorarsi in qualunque momento: perchè dunque non ripensare completamente gli impianti di gioco, e renderli adeguati e sicuri per le famiglie e i giovani? Portare troppo calcio nei salotti degli italiani ha creato solo nausea: forse sarebbe ora che fosse lo stadio a diventare come un salotto, anziché una bolgia infernale, altrimenti ha ragione la Chiesa, e l'anatema è più che meritato.