Stereophonic-non-Stereotypical
Non è certo uno che si ammazza di lavoro il signor Cohn: nel 1991, anno in cui ha esordito con un ottimo album omonimo, si è fatto vedere nelle classifiche soprattutto grazie al singolo “Walking in Memphis”, sì proprio quello preso poi in prestito da Cher, e poi fino all'altro ieri ha sfornato solo tre lavori, tutti comunque piuttosto interessanti: “The Rainy Season” (nel '93), “Burning the Daze “('98), e "Join the Parade" (2007); adesso arriva questa piacevolissima raccolta di cover, di eccelsa qualità audio, con cui mi sto gingillando in questi pomeriggi piovosi.
Produce poco materiale, si diceva, ma sempre con un certo buon gusto, e la sua voce con gli anni si è scurita quel che basta per appropriarsi con piglio personale di una dozzina di classici da giradischi del 1970, e riarrangiarli con sobrio minimalismo, per piano, chitarra acustica e poco altro.
Il 1970! Come non subirne il fascino? L'anno in cui i Beatles si sciolgono, Simon e Garfunkel pure, l'anno della consacrazione di James Taylor con “Sweet Baby James”, l'anno di “Moondance” e di “Tea for the Tillerman”, e di altri straordinari pezzi di Steve Wonder, Elton John, Van Morrison; non è mai facile scegliere dei brani senza scadere nella banalità, ma, tranne forse l'abusata “Wild World” di Cat Stevens, riproposta comunque in maniera eccellente, si tratta di gemme che è piacevole riscoprire, e che prendono un aspetto nuovo, soprattutto “Look at me” di John Lennon, e “Maybe I'm Amazed” di Paul McCartney, sorprendenti anche per chi come me non ama particolarmente i quattro di Liverpool.
In fondo, come troviamo detto nelle note di copertina, si tratta della musica che in quegli anni ha cambiato la vita a un ragazzino di Cleveland, e gli ha fatto venir voglia di strimpellare una chitarra e vedere l'effetto che fa: quindi c'è una certa dose di sentimento nell'interpretazione di queste canzoni, sono dodici biscottini di Proust, tutti con dentro un significato personale per Marc. Ecco, un album di cover dovrebbe proprio raggiungere questo scopo: permettere a chi conosce i brani di apprezzarli ancora, ma in una nuova veste, e far venire voglia a chi non li ha mai sentiti di rispolverare l'originale. Se poi l'artista che si prende questo incarico ha anche un certo talento, il risultato non può che essere estremamente positivo, e qui è impreziosito ulteriormente dalla presenza di qualche ospite di rilievo, sempre di estrazione country\folk: Aimee Mann in “No matter what“ dei Badfinger (dall'album “No Dice”), Jim Lauderdale, nascosto nelle armonie vocali di “New Speedway Boogie” (originariamente dei Grateful Dead), la giovane Kristina Train in “The Tears of a Clown” (roba Motown, di Smokey Robinson & the Miracles), e la voce soul di India.Arie in “Make with you” dei Bread, un gruppo che da noi è quasi sconosciuto, ma la canzone assolutamente no, visto che se ne sono appropriati ad esempio Aretha Franklin, gli Earth Wind & Fire e Dusty Sprigfield.
Ma l'highlight del disco è una bellissima, quieta e malinconica versione di “Long as I can see the light” dei Creedence Clearwater Revival, che funziona benissimo anche senza il ghigno rauco di John Fogerty, provare per credere.