Stereophonic-non-Stereotypical
"Being in a group for so long can be a bit claustrophobic". Così disse David Gilmour a proposito di questo primo album a suo esclusivo nome, datato 1978, cioè nell'intervallo fra "Animals" e "The Wall".
Spesso gli exploit solisti dei membri di band famose sono pura monnezza, ma non è questo il caso. I pinkfloydiani veraci lo sanno già, che si tratta di un dischetto niente male; quello che forse ignorano, però, è che ne è uscita una pregevole versione rimasterizzata, sempre per Sony, e che si è occupato del progetto addirittura Doug Sax, aprendo le porte del suo "Mastering Lab" californiano. Visti i 6 dollari e 99 che chiede Amazon, valeva proprio la pena di comprarlo, è la sorpresa è stata doppia: come immaginavo, la qualità tecnica è abissalmente migliore, gli strumenti hanno più corpo, con una rotondità quasi valvolare, ma poi, evidentemente, Doug si dev'esser preoccupato di utilizzare i veri master, e di sfruttarli al meglio, visto che alcune tracce, con nostro sommo gaudio, sono nettamente più lunghe in coda, e lasciano maggiore spazio al canto libero del magnifico sound chitarristico di Gilmour. Non oso pensare quale copia master di ennesima generazione sia stata adoperata per la prima edizione in compact disc, che a confronto suona piuttosto piatta e grigia, almeno quanto il paesaggio desolato della copertina firmata Hipgnosis.
Grazie al lavoro ben fatto dello staff di "The Mastering Lab", il disco ha riacquistato una sua dimensione; non è un capolavoro, ma è pur sempre l'istantanea di un periodo di grande fecondità compositiva, una foto che prima era piuttosto sfocata, e che adesso ritrova forza e anche modernità.
Chi ama i Pink Floyd si divertirà a scovare somiglianze e fratellanze (che ci sono), con pezzi di "The Wall" e di "The Division Bell"; ho trovato impressionante sentire l'intro di "Short and Sweet", pensando immediatamente che con una piccola accelerazione potrebbe sfociare in "Run like Hell" e nessuno se ne accorgerebbe. Invece, il cupo arpeggio di "Raise my Rent" potrebbe stare da qualche parte dentro "Ride the Lightning" dei Metallica, ma questo è un altro discorso, a proposito di modernità.