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Stereophonic-non-Stereotypical

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CIO' CHE VA, E CIO' CHE RESTA

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Tornate indietro nel tempo: nel 1995 rientravamo in Coppa Campioni dopo 9 anni (qualcuno se lo ricorda? 5 novembre '86, eliminati dal Real ai calci di rigore, con molti rimpianti), a Dortmund pioveva a catinelle, Moeller ci rifilò il gol dell'ex dopo trenta secondi, e per giunta eravamo senza la coppia di attaccanti titolare: eppure finì che il panchinaro Michele Padovano infilò un pazzesco colpo di testa all'incrocio, Del Piero segnò uno dei suoi gol a giro, Conte fece il terzo e cominciò una grande stagione europea.
Però in campo c'era gente con le palle, in panchina anche, e dietro le scrivanie pure: la squadra era l'espressione di un piano societario preciso, di un progetto tecnico serio, e del grande carattere dei leader in campo, di Vialli, Ferrara, Paulo Sousa, Peruzzi, Jugovic, Deschamps.
Quindi, c'era un team di uomini veri in campo, e ce n'era uno a monte, in società, altrettanto forte: ma in questo caso non è un problema di uova e di galline, anzi è lapalissiano che una struttura forte nel club viene prima di tutto, e senza quella non si fa nulla; e questa è la la Juventus che deve restare, che dev'essere un blocco di granito, a cui l'allenatore, chiunque sia, non può non essere perfettamente allineato, mentre i giocatori, che vadano e vengano pure, come accadeva con Moggi, e prima con Boniperti, quando la società era come l'Unione Sovietica, e nulla traspariva fino all'ultimo secondo.

Adesso se ne andrà Blanc, dopo l'operazione stadio (giusta, ma non era un'idea sua) e un po' di acquisti di mercato discutibili: venga qualcuno che di pallone capisce qualcosa.

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