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Stereophonic-non-Stereotypical

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SILK DEGREES

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Ecco la domanda dell'anno 1976: come si fa a trasformare un bravo chitarrista blues con una certa voce da soulman in una star da 10 milioni di copie, senza però che debba calarsi troppo i pantaloni davanti all'ondata inarrestabile della disco music, visto e considerato che stiamo già inesorabilmente perdendo Rod Stewart ? Detto fatto: William Royce detto Boz veniva dalla Steve Miller Band e da qualche episodio solista di piccolo cabotaggio,e l'idea brillante (sua e del suo management) fu di affiancargli dei sessionmen di un certo livello, per dare una lustratina al suo sound, dei giovinastri bravi ma ancora in cerca di fare carriera, e quindi abbastanza malleabili.
Quei sessionmen avevano poco più di vent'anni ma talento da vendere e un futuro davanti: Jeff Porcaro, David Hungate e David Paich, ossia il nucleo principale dei futuri Toto, furono presi a noleggio da Boz come terra fertile su cui impiantare le sue solide radici blues , e il risultato che ne vene fuori è un interessante esempio di quello che in America si chiama blue-eyed-soul, il soul bianco, ricco nelle sfumature e caldo nei toni, e in questo caso anche non privo di qualche ammiccamento all'estetica disco che andava di moda in quel periodo; il piatto forte è "Lowdown", un ruffianissmo pezzo funk che di recente hanno ripoposto gli Incognito sfruttando (piuttosto bene) l'anima nera del nostro Mario Biondi; con la qualità della sua sezione ritmica e il morbido tappeto di tastiere "Lowdown" imperversò per tutto l'anno in radio, ma anche in parecchie balere. E poi, le più leste "Lido Shuffle" e "Georgia", ma anche le ballad, "Harbor Lights" e "We're all alone" (riciclate con un certo successo da Bruce Hornsby e Rita Coolidge rispettivamente) sono piuttosto interessanti, e per fortuna Boz arriva ogni volta fino all'orlo del precipizio, ma decide di non provare neanche un minuto ad abbacinarci con delle luci stroboscopiche discotecare. Che sollievo: un'altra pacchianata come “Do ya think I'm sexy” non l'avremmo potuta sopportare, anzi, a pensarci bene, se tutta la disco music fosse stata così, avremmo risparmiato qualche miliardo speso in brilantina per capelli, non me ne vogliano gli Earth, Wind & Fire.
Non chiedete a questo album di avere pregnanza di contenuti poetici: in fondo è musica pop, anzi meglio, è musica pop ben fatta, e questa è già una qualità notevole; credo che “Georgia” parli di come si sta in prigione, ma senza metterci un gran pathos; se volete un dramma carcerario, noleggiate “Fuga di mezzanotte”.

 

Per quanto riguarda l'edizione, si stenta a crederci ma la nuova ristampa 2007 è ben rimasterizzata, e sia maledetto il Virgin Megastore se supera i 10 euro; ci sarebbe anche la Mobile Fidelity, reclamizzatissima dai collezionisti che hanno tutto, ma quella sì costa un botto e probabilmente porta i segni del tempo, quindi l'asta all'ultimo sangue è sconsigliata, come del resto sembra molto complicato riuscire a trovare l'ancora più vetusta prima stampa giapponese, la cui very first press risale a quel lontano ottobre 1982 in cui il compact disc fu messo in commercio; se i libri di storia dicono che “Silk Degrees” è uno dei 50 campioni che furono scelti per lanciare il nuovo formato, insieme a “Wish you were here”, “Toto IV”, “The Stranger” e altri long seller Columbia\Sony, un motivo ci sarà.

 

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