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“SEVENTH STAR”: I TORMENTI DI SANT'ANTONIO, RESURREZIONI MANCATE E ALTRE STORIE

 

seventhDEvisto che per l'ennesima volta il catalogo dei Black Sabbath viene riproposto in una nuova versione, e visto che non sembra particolarmente utile ripetere quanto siano imperdibili “Paranoid” o “Heaven and Hell”, mi è sembrato il caso di andare a riscoprire il sottovalutato "Seventh Star", qui riproposto in lussuosa versione doppia, che in precedenza non era mai stato incluso nei programmi di rimasterizzazione perchè considerato quasi un'opera "spuria", un po' come "Mai dire Mai" non è incluso nel catalogo dei classici James Bond pur essendo un film di 007 con tutti i crismi, sir Connery incluso; qui il Sean Connery della situazione è Tony Iommi, unico sopravvissuto dell'antica line-up, e questo è il motivo per cui inizialmente l'album doveva essere solo un progetto solista del baffo di Birmingham, senza il marchio Sabbath in copertina, mentre all'ultimo momento si decise per un curioso e fuorviante “Black Sabbath featuring Tony Iommi”

ne parlerò dopo, ma in effetti, di sabbathiano questo disco non ha molto, anzi è chiara fin dall'inizio l'intenzione del leggendario chitarrista sia di dismettere come una vecchia palandrana il cupo heavy rock del periodo Ozzy, sia di scrollarsi di dosso lo scarso successo del recente “Born Again”, a cui l'apporto di Ian Gillan al microfono non aveva evitato qualche giudizio perfino eccessivamente impietoso

Gillan, un giubbotto jeans fra giacche di pelle nera, riuscì nella discutibile impresa di far suonare dal vivo ai Sabbath “Smoke on the Water”, ma in sostanza deluse gli spettatori con parecchie performances piuttosto svogliate, dimenticandosi spesso perfino il testo delle canzoni durante i concerti, e alla fine chiuse baracca e se ne ritornò a casa, ai primi del 1984, per dare nuovamente vita ai Deep Purple, lasciando di fatto Iommi da solo, visto che il batterista Bill Ward era da tempo attanagliato da gravi problemi di alcolismo, e Geezer Butler, dopo un album e un tour che non lo avevano gratificato abbastanza, stava mettendo insieme una sua band

in realtà, nell'estate '85 la breve reunion del quartetto classico sul palco del Live Aid aveva alimentato ogni tipo di pettegolezzo su un grande ritorno dei veri Black Sabbath; è confermato che dei negoziati dopo il concerto ci furono davvero, ma Ozzy Osbourne fece fallire il progetto, dato che non aveva la minima intenzione di abbandonare la sua fruttuosa carriera solista, e privarsi della libertà artistica che si era conquistato a suon di copie vendute

dunque Tony si mise di buzzo buono a scrivere un album tutto suo, adeguato ai tempi e al rock mainstream degli anni '80, ma con dentro il suo personale e inimitabile marchio chitarristico; provò un po' di cantanti, tra cui il carneade Jeff Fenholt, che registrò il disco quasi per intero, tanto che la “versione Fenholt” circola da anni in forma di bootleg, e poi decise a suo rischio e pericolo di affidare il microfono a Glenn Hughes, amico personale e straordinario talento, gravemente offuscato però, soprattutto in quegli anni, da un uso smodato di alcol e stupefacenti, e bisognoso dunque di rilanciare le sue quotazioni

l'artwork prescelto per la copertina del disco era il sinistro “Tentazione di Sant'Antonio” di Lucas Cranach il vecchio, riproposto anche nei volantini pubblicitari e nell'unico singolo a 45 giri, l'intensa ballata “No Stranger to love”; sembra che a suggerire a San Tony questa scelta non fosse altro che appunto la “tentazione” che strisciava da sotto la porta dell'ufficio marketing della Warner Bros, quella di far uscire l'album sotto il nome “Black Sabbath”, una manovra che puzzava di imbroglio visto che con i vecchi Sabbath il lavoro aveva poco o nulla da spartire; in ogni caso si trovò il modo di rendere tutto meno interessante impacchettando il lavoro come “Black Sabbath featuring Tony Iommi”, con tanto di foto del chitarrista, provvisto di chiodo, mustacchi e paesaggio desolato, piazzata con scarso gusto estetico proprio al centro della copertina, in barba a Cranach e a Sant'Antonio

gli altri musicisti erano il fidato Geoff Nicholls alle tastiere, quinto uomo sabbatico da lungo tempo, Dave Spitz al basso e il futuro batterista dei Kiss Eric Singer: il risultato è un album di eccellente heavy rock, molto adatto alla voce espressiva e sfaccettata di Hughes, il quale trovò il modo di essere sobrio a sufficienza per completare le session di registrazione senza eccessivi patemi; la chitarra di Tony, meno sulfurea di come si ricordava, corre veloce in brani aggressivi come “In for the Kill” o “Turn to Stone”, e come ai bei tempi di Ronnie James Dio, accompagna e si fonde a uno Hughes in gran spolvero nell'eponima “Seventh Star”, un piccolo clone di grandi classici mid-tempo hard rock del passato, “Kashmir” e “Stargazer” su tutti; ottima anche “Danger Zone”, prima strizzatina d'occhio alle radio ben confezionata in salsa elettrica, e davvero notevole la power ballad “No stranger to Love”, che fu lanciata anche come videoclip, e che ancora oggi Glenn Hughes ripropone nei suoi concerti con un feeling particolare, un faro nelle nebbie che lo avvolgevano in quel periodo difficile della sua vita

ma una menzione particolare va al sanguigno rock blues di “Heart like a wheel”, un brano che sembra cucito addosso allo Hughes tormentato di quegli anni. tanto che in molti dei suoi recenti album solisti il cantante ha riproposto quest'identica formula con ottimi risultati; a mio giudizio è questo il miglior momento del disco, e trasportato dal vivo avrebbe potuto generare qualsiasi tipo di jam session

ma il destino decise di rinviare di quasi un decennio la resurrezione del talentuoso ex-Deep Purple; nonostante rilasciasse dichiarazioni piuttosto decise alla stampa (“con i cambi abbiamo chiuso: siamo una band definita, anzi vogliamo continuare così per almeno tre o quattro album, e prendere le cose sul serio”), e nonostante le session di prova di un tour su larga scala fossero estremamente promettenti, Hughes cedette all'inevitabile pressione che una band di fama mondiale deve sopportare, e ricadde nel tunnel della droga; addirittura, un alterco con il manager della tournee degenerò in rissa e Glenn si ritrovò col setto nasale rotto e alterato dagli stupefacenti a poche ore dal primo concerto, esponendosi ad una pessima figura davanti alla Cleveland Public Hall stracolma, con gli Wasp ad aprire e i Sabbath a seguire; la situazione degenerò a tal punto da obbligare Geoff Nicholls a “doppiare” la sempre più deteriorata voce di Hughes, che in stato di permanente ebbrezza spesso dimenticava del tutto di cantare e preferiva gridare improperi e insultare il pubblico; cinque esibizioni di questo tipo fecero capire che non c'era altro rimedio se non licenziare in tronco Hughes, e trovare un nuovo vocalist per continuare il tour a pieno regime; in fretta e furia venne reclutato il semisconosciuto Ray Gillen, che diede eccellente prova di sé, come testimonia il concerto che costituisce il vero plus di questa Deluxe Edition fresca di stampa; un filotto di ottimi brani catturati il 2 giugno 1986 nella seconda di due date consecutive allo storico Hammersmith Odeon di Londra, con una qualità audio più che decorosa, che permette ai collezionisti più accaniti di rottamare finalmente il vecchio bootleg gracchiante di questa stessa data, fino a ieri un pezzo piuttosto pregiato dei record show

piatto ricco insomma

 

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