Stereophonic-non-Stereotypical
Non toccate agli italiani certe cose che sono il pilastro della loro vita; chi se ne importa se la TV fa schifo, il settore pubblico non funziona e le tasse sono troppo alte; quello che conta veramente è avere i soldi per quel paio di scarpe, che la squadra abbia vinto, va bene anche su autogol, che la mamma stia bene e che arrivati a casa ci sia sempre qualcosa da mettere sotto i denti, che poi è esattamente ciò che all'estero ci invidiano di più.
Quindi sul cibo non si scherza, o quantomeno, solo a noi è concesso scherzare, e dai, forse anche ai francesi, quei permalosi; la gastronomia è una materia su cui ogni italiano può dire la sua, allo stesso modo in cui si cimenta con la formazione della nazionale di calcio, perchè davvero non c'è un lembo dell'italico stivale che non abbia dato il suo apporto alla costruzione della più solida e variegata tradizione culinaria del mondo; e le ricette, gli ingredienti, i piccoli trucchi che rendono speciali i nostri piatti, non vengono certo da salotti e cucine aristocratiche, ma dai nostri campi, dai nostri mari e dalle nostre montagne, cioè da una tradizione popolare che nessun grande chef, nessun ristorante a cinque stelle può pensare di tradire. Forse saremo pressappochisti, pigri e mammoni, ma conosciamo i piaceri della vita come nessun altro popolo, e la cucina rientra a buon diritto in questa categoria: l'abbiamo dentro, come un sottoinsieme del nostro innato senso estetico, e per questo motivo quando illustri critici gastronomici e sommelier compulsano il vocabolario per raccontare cibi e vini, il risultato sembra spesso una scivolosa approssimazione, qualche volta involontariamente comica, e comunque un tipo di conoscenza che, per quanto rispettabile, odora troppo di snobismo e resta sempre un passo indietro rispetto all'esperienza diretta.
Ma proprio perchè abbiamo un innato buon gusto, l'incontro con Gastrovisione diventa subito uno scontro, una scossa di particolare intensità: se già è difficile credere alle proprie orecchie, quando ci viene detto che tra i retrogusti di un vino possono esserci cuoio, interiora di lepre, o limatura di ferro, la provocazione è massima quando si mettono alla prova le nostre capacità di sperimentazione sensoriale scuotendole dal di dentro, e rovesciando le nostre nozioni più elementari; lo spirito provocatorio e giocoso degli artisti di Gastrovisione intende coinvolgere al massimo lo spettatore, ogni spettatore, in modo che diventi elemento attivo e non perda mai il suo punto di vista critico, ma senza dover fare continuamente riferimento a complicati vademecum terminologici. Il cibo è il loro linguaggio, un linguaggio che tutti possono capire, anche se mutato, anzi stravolto nella forma, e quindi dissacrante, come nel caso del nostro aperitivo per eccellenza, lo spritz, proposto in forma solida, o del colossale tramezzino al tonno e olive disegnato come una torta a tre piani.
Ha dunque una dimensione assolutamente umana questa nuova forma d'arte che non solo non richiede un background, ma della conoscenza gastronomica intende azzerare tutte le basi, e ripartire da zero; non c'è altro sistema che assaggiare, che affondare la forchetta, o le dita, e partecipare a questo rito collettivo di fruizione e distruzione, lasciando che siano i sensi ad essere illusi prima, e sorpresi poi, da un continuo incrocio di forme, colori e sapori. Si crea dunque un caso più unico che raro, di performance artistica che non può dirsi completa se non in presenza di un pubblico che ne fruisca, e degli effetti che su di esso questa fruizione genera.
E perciò, parte integrante e fondamentale di questo, che potremmo battezzare “catering artistico”, ideato da Gastrovisione, è la reazione, anzi le reazioni del pubblico partecipante a questa deliberata dissonanza cognitiva: la loro sorpresa, le loro impressioni, anche solo le espressioni facciali, che potrebbero essere fotografate o riprese, per entrare nella galleria dei “gastovedenti”, di chi accetta le regole del gioco, ed è pronto a osservare il gusto da una nuova angolazione.