Stereophonic-non-Stereotypical
C'eravamo abituati bene: per una dozzina d'anni le abbiamo suonate a tutti, avevamo i migliori stranieri e i migliori allenatori, pagavamo stipendi altissimi, e le finali di coppa erano affare nostro; l'Italia era l'Eldorado del pallone, e chiunque sarebbe venuto da noi anche a piedi, anche in una squadra di metà classifica, pur di stare in serie A, a detta di tutti il campionato più bello e più difficile del mondo.
Oggi la serie A non fa più paura a nessuno; in mezzo alle macerie fumanti di Calciopoli, siamo tornati indietro nel tempo a quel medioevo calcistico in cui da noi venivano solo stranieri vecchiotti e demotivati, a strappare l'ultimo ricco triennale, e ad ogni trasferta di coppa venivamo riempiti di legnate e spernacchiati per il nostro atteggiamento rinunciatario, tanto da far entrare la parola italiana “catenaccio” nei dizionari di tutta l'Europa pallonara ; sarà anche senno di poi, ma la vittoria dell'Inter in Champions inizia a diventare sempre più simile a quella della nazionale a Berlino, illusoria e frutto di episodi favorevoli, come una Steaua Bucarest qualsiasi, finita nel gotha europeo quasi per caso; e sarà la stessa Inter a pagarne le conseguenze, come già si sta vedendo adesso (e siamo solo a novembre), con un mondiale per club di mezzo, e la squadra decimata dagli infortuni e svuotata di energie soprattutto mentali; paradosso dei paradossi, il grande errore di Moratti è stato proprio quello di confermare in blocco la squadra vincitutto dello scorso anno, con i suoi vecchi guerrieri sempre più usurati e sempre meno propensi al sacrificio, e senza il nerbo di Mourinho, il grande motivatore del gruppo emigrato furbescamente a Madrid dopo un 2010 irripetibile. Una maggiore lungimiranza nelle stanze dei bottoni di via Durini avrebbe dovuto suggerire di rimpolpare la rosa con innesti di qualità, e cedere alle lusinghe madridiste accettando le robuste offerte presentate, su suggerimento forse dello stesso Mourinho, per i mammasantissima Milito e Maicon, confermati invece con stipendi da califfi e contratti pluriennali, nonostante l'età non più verdissima, 31 e 29 anni.
Ma non è solo l'Inter a non stare benissimo: una gestione economica piuttosto allegra e l'allarmante rapporto fra ricavati e stipendi, ormai cronico in quasi tutte le società di un certo livello, ha livellato in basso l'intero torneo : il Milan, che ora si trova in testa ma fino a due settimane fa era subissato di critiche, vive sulle ultime energie dei vecchi draghi Seedorf, Zambrotta, Ambrosini, Pirlo e Gattuso, e sulla vena bizzosa di Zlatan Ibrahimovic, strappato al Barça grazie ai maneggi di Raiola, e soprattutto non sembra capace di progettare un rinnovamento davvero strutturale, continuando a puntare su trentenni infiacchiti come l'ultimo Ronaldinho, mentre la Roma, ormai da almeno un quinquennio abbonata alla finanza creativa, si mantiene ad un livello competitivo grazie ad alcune felici intuizioni di mercato di qualche stagione fa (per esempio Mexes, Juan, Menez e Vucinic), all'ammirevole attaccamento alla maglia dei romanisti DOC, De Rossi e Totti su tutti, e all'immensa passione della città, che storicamente ha sempre fatto desistere i suoi beniamini da qualsiasi tentazione di fuga.
Da ultima la Juventus, azzerata dalla faida di Calciopoli prima, e da Marotta e Agnelli dopo, sembra l'unica ad aver stilato un programma serio di ristrutturazione finanziaria e sportiva, ma per il momento ha ancora molte scorie della vecchia gestione da eliminare, e un tasso di classe troppo basso per sopravvivere anche solo all'Europa League, il che è tutto dire. E questo gioca inevitabilmente a favore di realtà come Napoli, Lazio e Palermo, squadre messe in piedi con costrutto e fornite di ottime guide tecniche, che in condizioni normali galleggerebbero a metà classifica e invece come non mai, proprio adesso possono puntare al salto di qualità, anche perchè le cosiddette “grandi” dalle tasche bucate non sembrano più in grado di strappare loro i giocatori migliori.
Osservavo come il recente Real Madrid-Milan sia stato anche uno scontro generazionale. L'età media delle Meringhe in campo martedì era intorno ai 25 anni, contro i 29.9 dei rossoneri: in totale, fanno addirittura 50 anni di differenza (279 contro 329). Un solo giocatore con meno di 28 anni nel Milan(Pato, infortunato cronico da quando è in Italia), appena due sopra la stessa soglia nel Real (Casillas e Carvalho, due giocatori comunque perfettamente integri). E' finita 2-0, ma soprattutto è finita dopo un quarto d'ora: qualcosa vorrà pur dire.