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Stereophonic-non-Stereotypical

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ERA DIGITALE, ANNO XXX

52nd.jpg

 

Il primo ottobre 1982, dopo lunga gestazione (e qualche demo-disc di dubbio gusto) usciva dalla pressing plant Sony nella periferia di Tokio, al prezzo di 3.500 yen giapponesi, questo futuristico cerchietto di plastica, marcato appositamente 35DP-1, contenente il primo album della storia in versione digitale, l'ottimo "52nd Street" di Billy Joel.  L'aspetto della prima tiratura era esattamente questo, fatta eccezione per la lamina dorata, presente solo nella primissima serie, che conferiva al nuovo supporto un'aura da oggetto di lusso. Più o meno contemporaneamente, lo stabilimento Polygram ad Hannover, in Bassa Sassonia, sfornava la "Sinfonia Alpina" di Richard Strauss diretta da Herbert Von Karajan, e "The Visitors" degli Abba, quindi il compact disc, fuso orario o no, ha compiuto a tutti gli effetti trent'anni, e per il momento, le nefaste previsioni sulla sua imminente scomparsa non si stanno avverando affatto. Gli espertoni dicono che nel 2011 i download a pagamento (lossy o lossless che siano) hanno per la prima volta superato il supporto fisico in termini di vendite, ma considerato che l'acquisto via internet si effettua spesso traccia per traccia, e i compact disc venduti lo scorso anno sono stati più di 300 milioni, per il funerale del dischetto Redbook bisognerà aspettare ancora un po'.

 

In fondo nel 1985 davamo tutti per morto il LP, pensavamo che il suo ciclo si fosse concluso, allo stesso modo in cui si era concluso quello del riproduttore a cilindri o del 78 giri. Ma nel 2012 il vinile è ancora qui, anzi bisogna ammettere che è in atto un vero e proprio rinascimento vinilico, partito dalla nicchia degli audiofili, e ormai esteso a moltissimi nostalgici di bracci, testine e scricchiolii;  quella criticabile genìa di insoddisfatti patologici ha avuto ragione nel constatare i limiti della rivoluzione digitale, e il vecchio disco è più vivo che mai, e, fra l'altro, offre un livello qualitativo davvero notevole.

Molto probabilmente, ci sfuggiva la logica commerciale del cambio di formato; non era facile rimpiazzare un supporto al top del suo sviluppo tecnico, e infatti l'industria scelse ancora una volta la comodità rispetto alla qualità: i primi lettori Sony costavano parecchio e suonavano spigolosi e piatti, neppure lontanamente paragonabili a un giradischi dello stesso prezzo, ma le potenzialità del nuovo hardware si presentavano molto elevate e l'idea era di svilupparlo in itinere fino a raggiungere (e magari superare) lo standard di riferimento precedente, e magari nel frattempo farsi due palanche ristampando e rivendendo interi cataloghi a un costo più che doppio, perchè quel suono extradry tutto sommato non dispiaceva, e il dischetto in policarbonato era silenziosissimo e poco incline all'usura. "Perfect Sound Forever", diceva uno degli slogan, e in uno spassoso spot Sony, un automa baffuto con la voce di John Cleese spiegava che ci si poteva sdilinquire con "one hour of Mozart out of a beermat"; "perfect sound played by laser", senza alcun rumore di fondo, salvo non ne aggiungessimo noi, sgranocchiando biscotti e bevendo tè.

Dunque adesso la situazione è la stessa: il CD è al top del suo sviluppo, e l'industria punta ad abbandonarlo gradatamente in favore di orridi file mp3 (in primis), ma anche di tracce digitali ad alta qualità, che forse in futuro salveranno capra e cavoli almeno dal punto di vista della qualità audio. Della "vis collezionistica" meglio non dire. Tra un cd e un file non può esserci confronto. Il mio primo CD è stato "Back in Black " degli AC/DC, un secolo fa, e ci sono parecchio affezionato; a un file non riesco ad affezionarmi; almeno non ancora.

 

 

 


 
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