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Stereophonic-non-Stereotypical

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DEUCE

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L'azienda che risponde al nome di Japan Victor Company, ossia JVC, com'è conosciuta fuori dal Giappone, maneggia il formato compact disc sostanzialmente dall'inizio dell'era digitale, anzi per gran parte degli anni '80 ha sfornato dischetti in policarbonato di qualità per mezzo mondo, e anche per conto terzi, contribuendo enormemente al lancio del nuovo prodotto; c'è anche un modo per riconoscere sul cd il marchio della JVC pressing plant, ma ne parlerò un'altra volta. Quello che mi interessa dire adesso è che questi giappi di Yokohama su bit e kilohertz hanno pochi rivali, e quando se ne sono venuti fuori col progetto Extended Resolution Compact Disc c'era per forza da aspettarsi qualcosa di estremamente interessante.

Stabilito che la produzione di dischi su larga scala ha delle carenze, e quando il master esce dallo studio di registrazione e prende la strada delle varie manufacturing plants in giro per il mondo, l'artista e il produttore possono solo incrociare le dita e sperare che vada tutto per il meglio, i tecnici JVC hanno applicato il meglio delle loro conoscenze per ottimizzare ogni fase del processo di trasferimento e incisione, anche per quanto riguarda l'alimentazione e il cablaggio delle apparecchiature, fattori niente affatto secondari per chi conosce tutte le sfaccettature della riproduzione audio; si sono dotati di un nuovo convertitore A\D che lavora a stringhe di 24 bit, ben al di sopra del formato Redbook, e che gestisce un enorme range dinamico, 108 dB dichiarati; il programma digitale passa poi su un disco magneto-ottico Sony PCM-9000, sempre a 24 bit, e torna a 16 bit solo nello stadio finale, quando viene inciso il glass master, con un laser di precisione superiore battezzato “Extended Pit Cut”. Da ultimo, anche la fase di stampaggio vero e proprio è stata ottimizzata: ogni copia messa in commercio deriva dall'originale glass master, anche se questo non permette ampie tirature; e tutte le operazioni poi, sono asservite a un clock al rubidio di assoluta precisone, per sopprimere qualsiasi deleterio effetto jitter.
Ma non basta: per rovinare tutto, sarebbe bastato riciclare il lavoro di mastering di qualcun altro, e trovarsi poi un cd fabbricato a regola d'arte ma contenente una cinquantina di minuti di fracasso supercompresso, come si usa oggidì, bruciando immediatamente ogni beneficio guadagnato con questi perfezionamenti tecnici; questo errore è già stato fatto non molto tempo fa con una serie di costosissime ristampe giapponesi Universal che si servono di un policarbonato perfezionato, detto Super High Material o SHM, un brevetto JVC (guarda caso), adoperato però spesso a sproposito in abbinamento a lavori di mastering scadente; invece, ed è questo il fattore più importante, a Yokohama hanno pensato anche a un mastering proprietario, affidandolo al talento filologico di Alan Yoshida, e i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Le nuove ristampe XRCD del sacro catalogo Blue Note sono una follia, punto e basta; Amazon le piazza a 30 dollari, finchè dura: bisognerebbe arraffarle tutte, anche perchè sono la prova che il digitale dopo trent'anni, finalmente, ha pareggiato il conto col vinile.

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