Stereophonic-non-Stereotypical
Il 19 ottobre 1980 la quinta giornata di campionato fece segnare i seguenti risultati:
Ascoli-Juventus 0-0
Bologna-Pistoiese 2-0
Brescia-Catanzaro 1-1
Como-Udinese 2-0
Fiorentina-Inter 0-0
Napoli-Roma 5-0
Perugia-Avellino 0-0
Torino-Cagliari 1-2
Erano tempi quasi eroici, che ricordo volentieri; niente pay-tv, niente spezzatino, solo le radiocronache della Rai al pomeriggio, e "90° minuto" alle 18.20 per godersi i gol della giornata. Quel campionato fu vinto (che strano) dalla Juventus, dopo un testa a testa col Napoli e la Roma, concluso dal famoso scontro diretto del 10 maggio in cui la Roma, ospite al Comunale, si vide annullare il famoso gol de Turone e non riuscì ad andare (come nella gara d'andata) oltre lo 0-0, e dal secondo incontro clou, la settimana successiva, in cui i bianconeri vinsero al San Paolo per 1-0 ipotecando il titolo in modo decisivo, visto che poi, all'ultima giornata, il Napoli fu sconfitto a Udine e la Roma impattò 1-1 ad Avellino. La Juventus mise insieme 17 vittorie, 10 pareggi, e 3 sconfitte, con 46 gol fatti (miglior attacco) e solo 15 subiti (miglior difesa, di gran lunga); le 3 sconfitte, per la cronaca, sono un imbarazzante 0-1 casalingo contro il Bologna, un 1-2 nel derby d'andata col Torino (un Torino eccezionale, mica il bovino macilento di oggi), e un 1-0 esterno con l'Inter campione in carica, la quale poi finirà quarta a -8 dalla vetta.
Soprattutto, quelli erano i tempi in cui la serie A era un campionato durissimo, in cui le piccole schieravano stopper arcigni, terzinacci spaccagambe e rottweiler di centrocampo che pensavano solo a distruggere il gioco degli avversari, e anche, in mancanza d'altro, gli avversari stessi, tanto non c'erano molte moviole, nè prove TV, e per farla franca contro Bruno Conti, Pruzzo, Altobelli, Claudio Sala, Beccalossi, Brady, Cabrini, Bettega, o Pulici, non rimaneva che alzare le barricate e impugnare la clava, come accadeva ad Avellino, quando il libero Di Somma era il capitano dei Lupi e tutti gli attaccanti della serie A ne avevano un sacro terrore. Quindi, in casa delle piccole fioccavano gli 0-0, che poi alla fine potevano andare anche bene, nell'epoca dei 2 punti per vittoria, soprattutto se si riusciva a tornare a casa con le ossa tutte intere, ma l'arma del Catenaccio non era sconosciuta neppure alle grandi, visto che addirittura la Juventus multiscudettata aveva in panchina il gran capo dei catenacciari, uno che alla domenica ad Ascoli o a Como prendeva appunti, e poi il mercoledi cercava di applicare in Europa gli insegnamenti del Bersellini di turno, costringendo i suoi campioni a un calcio sparagnino che portava molto spesso risultati poco consoni alla risma tecnica di costoro.
E qui veniamo al punto: l'impressione che si ricava da giornate calcistiche come quella di domenica, è che l'italico pallone, dopo un ventennio di splendore, stia regredendo velocemente al 1980, un periodo in cui qui arrivavano vecchi campioni in disarmo in cerca delle ultime buste paga, e nelle coppe, a furia di indietreggiare, le prendevamo sempre. Non era una vergogna andare in trasferta in Germania o in Inghilterra e difendersi in 10, anzi sembrava quasi l'unica tattica possibile per sfangarsela in qualche modo, ed è questa vera e propria ammissione di inferiorità tecnica, nonostante i Tardelli e i Falcao, che all'estero ci fece bollare come esportatori di anticalcio, anche se una volta su dieci riuscivamo a cavarcela, e Gianni Brera se la rideva di gusto, esaltando il gioco all'italiana.
Siamo tornati all'anticalcio? In Champions League sarebbero permessi 20 falli tattici come quelli del Chievo di domenica pomeriggio? E le presunte grandi, possiedono davvero la cifra tecnica necessaria per distinguersi dalle provinciali, o ormai sono solo altre provinciali, obese e presuntuose? Il metro di paragone saranno le partite di coppa, e state certi che Gianni Brera da qualche parte è già seduto in poltrona e ci aspetta al varco.