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Stereophonic-non-Stereotypical

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19''72

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Sarebbe servito un ultimo scatto al nostro grandissimo Pietro Mennea, per sfuggire al suo destino. Anzi una di quelle sue strepitose rimonte, come a Mosca, quando mise la testa davanti a tutti proprio sul filo di lana, beffando gente come Alan Wells e Don Quarrie.

Per chi è nato negli anni '70 come me, Pietro è stato un simbolo di tenacia, orgoglio, sacrificio, cultura del lavoro, voglia di vincere e volontà d'acciaio. Solo con queste caratteristiche ha potuto confrontarsi con atleti che madre natura aveva fornito di qualità fisiche enormemente superiori alle sue, e c'è voluto un alieno, Michael Johnson, per abbattere il suo record sui 200 metri, 17 anni dopo quel pomeriggio a Città del Messico.

Gli proposero il doping, l'ormone della crescita, nel 1984, dopo i Giochi di Los Angeles, quando ormai la sua carriera stava declinando. Accettò in un primo momento, ma dopo un paio di iniezioni lo attanagliò un'abissale crisi di coscienza e si ritirò. Non avrebbe mai potuto gareggiare barando. E se avesse barato, adesso non avremmo in casa un mito dello sport.

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