Overblog Segui questo blog
Edit page Administration Create my blog
/ / /

liverpool-champions-league.jpg

 

A volte non basta essere il più forte. Non basta neppure avere il favore dei pronostici, o dei giornalisti. Il Milan che regala la Champions League al Liverpool, dopo essere stato in vantaggio addirittura per 3-0; la Juventus imbattibile di Zidane, Del Piero e Vieri che cede di schianto ai peones del Borussia Dortmund, oppure, ancora la Juve, stavolta quella aristocratica dei leggendari campioni del mondo, quella che sembra una filastrocca popolare, Zoff, Gentile, Cabrini, che si arrende al proletario Amburgo nello stadio Olimpico di Atene stracolmo di tifosi bianconeri; o la Grecia, che trionfa all'Europeo con difesa e contropiede. Parlo di calcio perchè il pallone è da sempre sulla bocca di tutti, qui da noi, ma nella boxe c'è stato anche di peggio, tanto che il termine “sorpresa” non basta più: gli americani, che di boxe, e di scommesse, ne masticano più di noi, dicono “upset”, che vuol dire anche “incazzatura”, o “malessere”, e bookmakers e scommettitori ne sanno qualcosa.

 

 

Parlando di upset, Douglas-Tyson è indubbiamente il primo che viene in mente: Tyson sembrava una macchina da guerra, tarchiato, compatto, micidiale da vicino e in allungo: in più, la comprovata mediocrità di molti dei suoi avversari ingigantiva all'inverosimile la mostruosità di Iron Mike, e l'impassibile James Douglas non pareva certo molto meglio di un Berbick o un Tucker qualsiasi; di certo era motivato, per la recente morte della madre, e soprattutto in gran forma e senza nulla da perdere, mentre Tyson in quel 1990 veniva da un paio d'anni di bella vita, e, dicono alcune gole profonde, era debilitato da dei farmaci che stava assumendo per curare una non precisata malattia venerea; inoltre, Douglas era un pezzo d'uomo, e sapeva usare bene il jab, cosa di cui Mike si accorse troppo tardi: “Buster”, quotato dai bookmakers un abissale 42-1, martellò il viso del campione come mai nessuno prima, digerì perfino uno spaventoso uppercut con conseguente knockdown, approfittando in verità di un conteggio piuttosto lento, ed infine ebbe la meglio con una combinazione che avrebbe rotto il collo a un toro, lasciando Tyson inebetito al tappeto e qualche milione di telespettatori aggrappato al divano in un'improvvisa crisi mistica.

 

Ricorderete poi, più di quindici anni fa, quando lo stesso Tyson fu sconfitto per la prima volta da Evander Holyfield: la vittoria di “The Real Deal” era inizialmente pagata 25 volte la posta, quota che calò poi fino a un più verosimile 7 contro 1, eppure Holyfield, all'epoca trentaquattrenne, non era esattamente una mammoletta, né Tyson era più quella specie di uragano di cui tutti avevano una fifa terribile; ma i bookmakers, e molti commentatori, commisero una leggerezza fatale. Mai Tyson aveva incontrato un pugile con un arsenale così ben fornito: Holyfield aveva tecnica, stazza fisica, coraggio e cervello sufficienti per vincere, e in più non aveva paura, e portò a casa un prodigioso KO tecnico all'undicesimo round, in barba agli allibratori e al loro incauto 25-1.

 

Sonny Liston era un altro che faceva paura, era potente e brutale quanto Tyson, anche se aveva già avuto qualche grattacapo con Eddie Machen nel 1960; Clay, nel frattempo, veniva su come una mareggiata, e al momento del redde rationem fu chiaro a tutti che la sua velocità, di gambe e di braccia, era troppa anche per il feroce Sonny, che letteralmente non vedeva partire i colpi. Il campione colpì duro nella seconda, terza e quinta ripresa, ma poi il jab di Alì prese piede definitivamente, e quando Liston decise di restarsene seduto sullo sgabello, lo fece per evitare un sicuro KO nell'ottavo o nono round.

Forse non fu propriamente un “upset”: semplicemente Alì aveva le caratteristiche giuste per mettere Liston in difficoltà, aveva il suo “numero”, come dicono dalle parti di Las Vegas; se avessero combattuto dieci volte, avrebbe sempre vinto, scommettiamo?

 

E cosa dire di Hagler-Leonard che non sia già stato detto? Per alcuni questa sfida era una pazzia: Leonard aveva combattuto una sola volta, e neppure bene, nei precedenti cinque anni, e mai come peso medio; avrebbe dovuto rimediare ad un gap fisico enorme, e sopportare la pressione di un caterpillar come Marvin senza la minima speranza di poter sperare nel KO. I pronostici al massimo si riferivano al round nel quale Sugar Ray sarebbe finito al tappeto, e perfino in telecronaca, Gil Clancy e Tim Ryan rimasero scettici fino all'ultimo, temendo il peggio ogni volta che Leonard si appoggiava alle corde, e Hagler ringhiava.

Ma Leonard aveva lavorato bene: non poteva vincere affrontando un fighter del genere viso a viso, doveva usare la testa; stava attuando un piano che aveva in mente fin dal momento del suo primo ritiro, nel 1982, da quella famosa conferenza stampa in cui sembrava voler annunciare la sua sfida al campione dei medi; ottenne i diritti del campione, scelse il ring più largo possibile, i guanti più leggeri, le 12 riprese, under the WBC regulation, e vinse con lo stile e la prontezza del grande schermidore, mentre Hagler sembrava di colpo invecchiato e lento.

Sembrava, questo è il punto. Fu il delitto perfetto.

 

In un certo senso anche la prima sfida Monzon-Benvenuti fu una sorpresa: Nino era stato il miglior peso medio in circolazione per almeno sei anni, tra il 1964 e il 1970, e aveva battuto due volte Emile Griffith, e due volte Mazzinghi, in battaglie straordinarie; forse si era imborghesito, e i maligni parlavano di qualche problema coniugale, ma era pur sempre un grande atleta, potente, elegante e sicuro di sè; la sorpresa vera e propria era in realtà Monzon stesso, che nessuno conosceva fuori dal Sudamerica, nonostante una chilometrica striscia positiva; si sapeva solo che era un “selvaggio” con un bel destro, ma Benvenuti affermava di avere “destri e sinistri” per tutte le occasioni; in realtà il futuro King Carlos era quasi un mediomassimo come struttura e soprattutto come potenza, e a Roma, tra lo stupore generale, maltrattò Benvenuti per 12 round, sovrastandolo fisicamente, fino al poderoso destro al mento con cui spense definitivamente le luci al campione triestino. La serie record di 14 difese consecutive ha cancellato quella sensazione di sorpresa nei confronti di Monzon, ma quella sera, a Roma, le sopracciglia sollevate erano parecchie.

 

Frazier-Foreman è un altro buon esempio di scarsa lungimiranza nei pronostici: è vero che Frazier era imbattuto e decisamente potente, soprattutto nel gancio sinistro e come colpitore al corpo, ma Foreman era davvero gigantesco, e la forza brutale dei suoi pugni era davvero al di là di ogni immaginazione; sul ring, Frazier sembrava un ragazzino davanti a quella mole spaventosa, e a Big George sicuramente non interessava mettersi da parte e lasciare che Joe affrontasse Alì come tutto il mondo voleva; picchiò Frazier, che era favorito 3 contro 1, senza alcuna pietà, spedendolo al tappeto per ben sei volte, e conquistò il diritto a sfidare lui stesso il grande Alì, in un altro match che fece saltare il banco delle scommesse.

 

Barkley-Hearns fu “Upset of the year” nel 1988: Iran, un ragazzone del Bronx, solido e coraggioso, con la testa dura e il poster del Cobra di Detroit sopra il letto, sembrava una vittima predestinata; Hearns era un killer, e il suo diretto destro una cannonata; Emanuel Steward lo seguiva fin da giovanissimo, e gli anni spesi alla Kronk Gym insieme avevano dato frutti magnifici: il record di Tommy di 45 vittorie, era macchiato solo a causa di Hagler e Leonard, ma con i due fuoriclasse fuori dai giochi gli era bastato bombardare a piacimento Juan Domingo Roldan per impossessarsi dell'agognata cintura dei medi, e salire finalmente sul tetto del mondo. A detta di tutti, un pugile grezzo come Barkley non sarebbe riuscito neppure a superare lo sbarramento del terribile jab di Hearns, e anzi, non appena al sinistro fosse seguito anche il pezzo forte di destro, sarebbe stata la fine dello spettacolo. Tutto giusto, e infatti alla fine del secondo round il viso di Barkley era già orribilmente gonfio e insanguinato, e nel primo minuto del terzo una serie di feroci ganci sinistri bassi lo stava piegando in due dal dolore.

Ma Tommy lo spaccone aveva sempre avuto un difetto: proprio quel micidiale flickering jab portato dal basso, quello che aveva terrorizzato perfino Ray Leonard, era il varco per arrivare al mento più fragile che un campione del mondo possa aver mai avuto. Barkley, ormai allo stremo, iniziò a swingare destri e sinistri come una belva ferita, e con un largo gancio destro centrò il bersaglio da cento punti; non contento, mentre il suo eroe stava crollando al tappeto, lo colpì una seconda volta in piena faccia: Hearns si rialzò miracolosamente, con lo sguardo vitreo, ma era davvero la fine, e Richard Steele non potè evitargli di finire fuori dalle corde nella scena madre finale.

Su chi avevate puntato? Soldi buttati..

Condividi pagina

Repost 0
Published by