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Juan Manuel Marquez è uno con la testa dura. A 39 anni, con mille battaglie sul groppone e un bel mucchio di dollari americani messi da parte, dovremmo vederlo in giacca e cravatta su ESPN Deportes a commentare gli incontri della settimana, e guardare gli altri spaccarsi le ossa a vicenda. Potrebbe starsene a casa sua, godersi la famiglia, mettere su qualche chiletto e dimenticarsi diete e corse mattutine. Ne avrebbe tutto il diritto, dato che parliamo di uno dei migliori pugili degli ultimi vent'anni; in Messico, dopo Morales e Barrera, c'è Marquez a tenere alta la bandiera a tre colori.

Non è aggressivo come Barrera, e non ha il pugno assassino di Morales, ma mentre Marco Antonio ed Erik sono ormai usciti di scena, Juan Manuel è ancora in gioco, perchè il suo stile composto e metodico da boxeur classico non infiammerà le platee ma gli ha allungato di molto la carriera, e infatti eccolo qui per la quarta volta ad affrontare quel filippino maledetto che ha spazzato via Barrera, e a "El Terrible" ha fatto dire "basta", il massimo dell'umiliazione e della vergogna per un pugile messicano.

Pacquiao-Marquez 4 rischiava di essere un'amichevole miliardaria ma aveva anche tutto per esplodere in un grande match da archiviare fra i classici. Serviva qualcosa che accendesse la miccia, e dopo due round di aggiustamenti tattici, ci ha pensato Marquez, con un missile stealth di destro la cui traiettoria diabolica ha ingannato Pacquiao centrandolo clamorosamente sulla tempia. Un colpo magistrale, cercato e trovato aprendosi il varco giusto con dei maligni ganci sinistri bassi.  E' una delle combinazioni che a Marquez riesce meglio, eppure in 38 riprese non era mai successo. Manny si è ritrovato al tappeto senza neppure sapere perchè. Per metterlo fuori combattimento ci vuole ben altro, e in mezzo secondo è scattato di nuovo in piedi, ma quel colpo è bastato a cambiare il match: Juan Manuel ha eccitato la belva, ha fatto tornare Pacquiao a combattere istintivamente, come se gli anni passati in palestra con Freddie Roach non fossero mai esistiti, e ciò ha significato correre un rischio altissimo, perchè il Pacman di dieci anni fa passava sopra gli avversari come un caterpillar. Se Manny attacca alla baionetta, in pochissimi possono resistergli.

"Stick to the gameplan!". Roach all'angolo ha strabuzzato gli occhi: da quando Pacquiao è diventato una superstar, non ha mai dovuto raccomandargli di non strafare e attenersi al piano di battaglia. Ma l'istinto del guerriero ferito è più forte di qualsiasi razionalità. Troppo violento quello schizzo di adrenalina, troppo forte la voglia di scatenare la bagarre, e fare polpette di quel messicano testardo.

Il quarto round è il prologo del dramma: Manny assaggia qualche jab e un paio di ganci sinistri, decide che può abbassare un po' la guardia e abbandonare ogni prudenza in cerca della cannonata vincente. In fondo, anche Barrera e Morales facevano così. O victoria, o muerte.

Al quinto un sinistro dritto piega Marquez che si sorregge col guantone e viene contato. Juan Manuel non molla ma un terribile destro alla mascella lo scuote pesantemente e deve pedalare all'indietro mentre Manny avanza colpendo con ferocia fino al suono del gong. Marquez ha il naso rotto, sangue dappertutto e una montagna da scalare; potrebbe benissimo esser sotto 1-4 nel conteggio dei round e le sue condizioni fisiche non permettono programmi a lungo termine. Potrebbe, soprattutto, dire basta, e ne avrebbe ben donde, ma si alza dallo sgabello e riprende a combattere, colpo su colpo, centimentro su centimetro, non per sopravvivere vigliaccamente ma per provare a vincere, anche se tutto sembra andare per il verso sbagliato.

Pacquiao aspetta. Aspettare non è il suo forte, ma ha il tempo dalla sua parte. Cerca per due minuti e cinquantanove un ultimo colpo, quello decisivo, per chiuderla li, tornare a casa da eroe e azzerare tutte le polemiche e le contestazioni. Marquez è una maschera di sangue, respira a fatica, ma rimane lucido; prende un paio di randellate e un paio ne restituisce, ma lo scontro non si riaccende.
Anche Marquez aspetta; però aspettare è il suo forte, lo è sempre stato. L'incontrista gioca sull'errore dell'avversario: un minimo sbilanciamento e scatta la trappola. Pacquiao finta e controfinta swingando sinistri pesanti come mattonate, ma la sua difesa non è impermeabile. Marquez entra ancora con una delle sue combinazioni, sinistro basso e destro al capo; Manny controbatte duramente e a zero secondi dalla fine si scaglia ancora su Marquez con Juan Manuel spalle alle corde. Ma Marquez lo brucia sui riflessi e mette un destro d'incontro da antologia.

Fine. Lights out. Manny crolla faccia a terra e così rimane per qualche minuto. La vendetta è compiuta, nel momento più difficile, nel match più difficile, sul filo del rasoio. Mai una vittoria può essere più gustosa di quando si galleggia così vicini alla sconfitta. Cuore, tecnica, e palle d'acciaio messicano hanno fatto il miracolo.

Il verdetto del ring è crudele, perchè Pacquiao aveva recuperato da un atterramento e l'inerzia del match stava tutta dalla sua parte, ma così è la boxe, e così è anche la vita dei pugili che attaccano. Rischiano di finire sotto un treno.

Grande incontro; facciamone un altro.

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