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Leggevo giorni fa da qualche parte nel web i commenti entusiastici di un giovane (beato lui!) musicofilo che aveva appena scoperto l'esistenza di questo storico album; ultimamente “Toys in the Attic” è finito in effetti nel dimenticatoio, dato che la “seconda vita” artistica di Tyler e soci ha preso una piega decisamente meno rock, almeno per quanto riguarda la produzione discografica, perchè invece, sull'intensità delle loro performance live nulla si può eccepire, nonostante questa succitata “seconda vita” quasi collimi con una “terza età” anagrafica.

Di quel che leggevo mi ha incuriosito l'accostamento del sound chitarristico di Whitford & Perry a quello dei più moderni Weezer: nessuna blasfemia ovviamente, l'esempio può starci, ma il paragone mi ha fatto la medesima impressione di quando sentii dire da un sommelier che uno storico vino bianco pugliese, prodotto lì giù da qualche secolo, presentava “dei sentori d'ananas”, e mi restò il dubbio se prima della scoperta dell'America quel vino fosse già fornito di quegli stessi “sentori”, o se invece presentasse un bouquet più casereccio.

Ma lasciando da parte l'enologia, davvero piacerebbe anche a me poter tornare indietro nel tempo, riascoltare “Toys in the Attic” per la prima volta e rovesciarmi dalla poltrona come mi capitò una vita fa, più o meno all'epoca in cui imperversava per radio la versione di “Walk this Way” preparata in combutta con Rick Rubin e quei matti dei Run DMC. Fate voi il conto.

Lo so che invariabilmente, da almeno una ventina d'anni quando si pensa agli Aerosmith viene in mente "I don't wanna miss a thing", oppure Alicia Silverstone che muove il didietro (un pensiero, a dire il vero, del tutto condivisibile), ma "Toys in the Attic" è un album del 1975, quando Alicia beata lei doveva ancora nascere, un album che contiene sanissimo hard rock senza compromessi, senza troppi trucchetti di postproduzione e strizzate d'occhio alle classifiche, e che a tutti gli effetti è l'ariete con cui i bostoniani hanno definitivamente sfondato, entrando quasi contemporaneamente nel vortice di sex, drugs & rock'n roll che li ha poi tolti di scena nel giro di pochi anni; recentemente, nel 2002 per l'esattezza, “Toys” ha raggiunto l'ottavo disco di platino, confermando di essere un solido long seller, merito anche dell'ottima produzione del sixth member Jack Douglas, e di contenere, semmai, decisi sentori di elisir di giovinezza.
Col turbinio chitarristico della title track la partenza è fulminea, ed è una buona abitudine, questa, perduta completamente dalla band negli anni '80; “Toys” è una piccola "Immigrant Song", un vero martello per aprire i concerti con una salva di mitragliate.
"Uncle Salty" invece ha un ritmo da bandolero stanco, un bel giro di basso e ancora un magnifico lavoro di chitarra, come del resto la successiva "Adam's Apple": penso che chi ascolta gli Aerosmith solo da "Permanent Vacation" in poi sarà stupefatto del suono di quest'album e della sua matrice assolutamente blues, proprio grazie a brani come questi di cui oggi si sono un po' perse le tracce.
Ovviamente tutti conoscono invece "Walk this way": uno dei riff più famosi e adrenalinici di tutti i tempi, e responsabile due volte del successo del gruppo, che "risorse" grazie al furbesco remake di cui parlavo prima; occhio però, perchè questa è la versione originale, aggressiva e potente, e Perry e Whitford suonano davvero, niente campionamenti, solo scariche elettriche. Poi il grande assolo finale sfuma per dare spazio al rock'n roll swingante di "Big Ten Inch record", una vecchia cover (anni '50) dal testo piuttosto greve bisogna dire ("
I really get her going/when I whip out my big 10 inch eccetera", neppure gli AC\DC l'hanno mai sparata così grossa), e di seguito ecco il ciclopico giro di basso di "Sweet Emotion", uno dei più grandi successi della band e pietra miliare dell'hard rock in senso generale; fanno la loro comparsa le classiche sovraincisioni vocali di Steven Tyler, di cui oggi fa larghissimo uso, e una macchinetta chiamata voice-box, che Joe Perry adopera per far uscire una voce metallica dalla sua Les Paul, ma l'ipnosi iniziale dura poco, perchè il brano è una vera battaglia di chitarre portate all'overdrive.
"No more no more" è ancora rock' n roll vecchia scuola, con l'aggiunta di un pianista di ruolo, un bell'arpeggio di chitarra a sostenere il tutto e un eccellente assolo finale.
"Round and round" ha un riff massiccio e ossessivo, quasi degno dei vecchi Black Sabbath, e il brano è imperniato tutto lì, così il disco termina con il delicato pianoforte (suonato da Steven Tyler) e gli inserti orchestrali arrangiati da Mike Mainieri della ballad "You see me crying", una delle mille, ma una delle migliori, con Tyler che gracchia come sa fare solo lui.
Che revival!

"You talk about things that nobody cares/ You're wearing out things that nobody wears/You calling my name but I gotta make clear...I can't say baby where I'll be in a year" pare siano parole davvero pronunciate nelle tante schermaglie dialettiche dei due “Toxic Twins” in costante guerriglia. E occhio, perchè "Toys in the Attic" non vuol dire "Giocattoli in Soffitta", che per un album rock sarebbe un titolo del piffero; è un'espressine idiomatica anglosassone che allude al fatto di non essere proprio a posto con la testa.

 

10 euro per la versione rimasterizzata Sony (quella con scritto "Super Bit Mapping"), una ventina per la replica vinile giapponese (consigliatissima quantomeno per gli extra, avrà un chilo di carta dentro), venticinque\trenta come minimo per il SACD 5.1 ormai introvabile, che mi dicono essere davvero eccellente, e, spendaccioni di tutto il mondo, un bel quaranta\cinquanta per la lussureggiante (e ben suonante, miracolo) edizione Sony Mastersound Gold fuori stampa da una quindicina d'anni, forse addirittura due lirette in più se proprio volete la longbox bianca in cartoncino (che ingiallisce neanche venisse dall'antico Egitto), e non il solo cd con slipcover.

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