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Non è facilissimo parlare senza retorica di un album che nel 1982 ha spazzolato 6 Grammy e in quasi trent'anni ha venduto milioni di copie, con due brani ampiamente logorati da un'incessante heavy rotation radiofonica e alcuni tra i migliori sessionmen sulla piazza messi insieme.
I membri dei Toto avevano lavorato in gruppo prima che la band si formasse, quando prestavano i loro servigi ad altri artisti già affermati, come Lionel Richie, George Benson, James Taylor o Carly Simon; nel vetusto "Silk Degrees" di Boz Scaggs, un interessante album di rock patinato, poco conosciuto dalle nostre parti (almeno finchè Mario Biondi e gli Incognito si sono cimentati con la cover di “Lowdown”), suonano quasi tutti in blocco, e dopo il successo di "IV" Steve Porcaro, David Paich e "Veet" Lukather finiranno tutti a libro paga di Michael Jackson in "Thriller", non proprio un disco qualsiasi.
La band partì come il divertissement progressive rock di questi campioni "a noleggio", ma fu evidente fin da subito che la strada da seguire era quella dell'easy listening, perchè i brani più riusciti ("99", "Hold the line", "Georgy Porgy") pendevano invariabilmente da quella parte; la Columbia minacciò di rescindere loro il contratto se le vendite non fossero decollate oltre un certo livello, e dunque alla fine del 1981, davanti ad un simile aut-aut i Toto si rinchiusero in studio per convogliare tutta la loro maestria tecnica in un progetto che fosse mainstream al cento per cento; si portarono anche i genitori, Marty Paich, famoso arrangiatore e direttore di big-band jazz, e Joe Porcaro, uno dei migliori batteristi e percussionisti jazz degli anni '60.
L'unione di intenti era perfetta: David Paich se ne venne fuori con la contagiosa melodia di "Rosanna", dedicata a Rosanna Arquette (che all'epoca era la compagna dell'altro tastierista, Steve Porcaro) e confezionata magistralmente sul registro alto della voce di Bobby Kimball, oltre che su un magico groove di Jeff Porcaro, finito su mille videocassette didattiche; l'arrangiamento è un trionfo di fiati, percussioni e backing vocals certosini
Il piano di David Paich introduce "Make Believe", altro mid-tempo ultramelodico, altro ricchissimo campionario stilistico, eccellente sax e impasto vocale perfetto; "I won't hold you back", singolo numero 3, saccheggiato non molto tempo fa dal discotecaro Roger Sanchez, è la classica ballad malinconica di Steve Lukather, che se le scrive, se le canta e se le suona da par suo, accompagnato dall'Eagle Timothy Schmit nei cori e da una competente orchestra.
Dopo la banalotta "Good for You", roba facile, molte tastiere, vengono invece l'interessante e notturna "It's a feeling", a firma Steve Porcaro, l'highway rock, un po' passatello ma sempre gradevole, di "Afraid of Love", cantata ancora da Steve Lukather, e di "Lovers in the night", quest'ultima con un paio di bellissimi assoli di chitarra.
"We made it" è un po' alla Christopher Cross, e tutta per Bobby Kimball, il quale però tocca vertici mai visti con il potente e asciutto funky di "Waiting for your love", accompagnato senza fronzoli da una grandiosa linea di basso e poche spolverate di synth: performance favolosa, allora come adesso, visto che il brano è rimasto uno dei (tanti) classici riproposti dal vivo.
Chiude ogni discorso il super singolo "Africa", ancora penna, voce e tasti d'avorio di David Paich: non chiedete introspezione e poesia a questa canzone, ma la freschezza e la delicata musicalità che ancora possiede, dopo 28 anni, sono assolutamente invidiabili, tutto frutto dell'elevatissima cifra tecnica dei musicisti, mai come in questo caso messa a frutto come mezzo, e non come fine, per costruire un prodotto di successo; "Africa" non stanca mai perchè è suonata da dio: non c'è un tizio che ha programmato un Roland e ha premuto play, ma una diecina di eccelsi professionisti al lavoro.

Per quando riguarda l'edizione, agli ascoltoni vanno dette una paio di cose; la prima versione in CD, quella un po' scarna della Sony\Columbia, in fondo non è malaccio ma suona un po' piatta e senza vita, ed è un vero peccato visto che l'album è così ricco di "colori"; molto meglio il vinile, per chi ama ancora i padelloni neri, leggermente meglio la versione in SACD (ma quasi nessuno si è comprato il lettore apposito, un vero buco nell'acqua per il momento, e, attenzione, nella versione "hybrid" lo strato, diciamo, convenzionale, è bit per bit uguale alla vecchia stampa, quindi abbastanza fiacco); per rimediare ci sarebbe la classica edizione Mobile Fidelity, per il momento ancora la migliore possibile, anche se a volume decisamente basso, e però essendo codesta assolutamente fuori stampa da almeno una quindicina d'anni, veleggia su costi proibitivi (a 3 cifre!); ad ogni modo, se per caso beati voi avete quei meravigliosi amplificatorini a valvole da 15 watt, per udire qualcosa vi costringerebbe a stare con l'orecchio sul woofer come un capo indiano che aspetta il maltempo. In alternativa esistono delle recentissime ristampe giapponesi, un po' laboriose da trovare, ma abbastanza economiche (sui 18\20 dollari su eBay.com) e discretamente suonanti, anche se un po' spinte sui medioalti, come spesso usano fare i giappi con le nuove edizioni di vecchi album.

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