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The Police 5

 

 

 

Certe idee ti esplodono in mano: all’inizio volevo scrivere due righe su “Reggatta de Blanc”, dato che è da sempre uno dei miei album preferiti; poi ho pensato che accidenti, il più famoso è “Synchronicity”, ma forse è meglio di no, troppo famoso, che noia; allora bisognava pescarne uno meno conosciuto, ma quale? A questo punto, meglio fare un discorso generale, anche perchè l’unicità di questa band lo merita, e poi volendo con cinquanta sacchi ci si compra l’intera, e tutt’altro che sterminata discografia.

Dunque comincerò dall’inizio, ma l’inizio non è quello che vi aspettate: Stewart Copeland, americano della Virginia, figlio di un agente della CIA, cresciuto a Beirut prima, e poi in California negli anni del college, oltre che una persona di mondo era già un bravo batterista a metà degli anni ’70, quando arrivò in Inghilterra per entrare nel famoso gruppo progressive dei Curved Air, grazie alle conoscenze del fratello maggiore Miles, conosciuto manager nel ramo musicale.
Dire che fosse un bravo batterista forse è poco: quando uscì “Aircut” nel 1976, il ventiquattrenne Stewart era già un mostro di inventiva, pulizia ed energia ("Heavy Artillery", come riportato nelle note di copertina), ma la direzione della sua nuova band non gli sembrava quella giusta: il fenomeno montante nella vecchia Albione era il punk, e per farsi conoscere bisognava cavalcare la tigre in qualche modo.


Assistendo ad un concerto dei Last Exit, una band di antiquato jazz rock, non può fare a meno di notare il loro bassista\cantante, un certo Gordon Sumner: il ragazzo se la cava niente male, e Stewart trova il modo di invitarlo a casa sua, al 26 di Green Street, nell’enorme appartamento che occupa insieme al fratello Ian, un reduce dal Vietnam con qualche rotella fuori posto, e alla compagna, la bellissima Sonja Kristina Linwood, nient’altri che la cantante dei Curved Air.
Stewart ha la fissa di suonare in un trio, dei Cream, di Jimi Hendrix, del punk e dei ritmi reggae; quando parla è un fiume in piena, e poi vedendo che il tizio ha il suo basso con sè gli propone di suonare: senza aspettare neanche un secondo attacca uno dei suoi tempi a mitragliatrice, e per il posato Gordon è quasi impossibile star dietro alla potenza di quei tentacoli, ma il ragazzone americano in qualche modo lo ha conquistato, anche se il punk è una porcheria e quello abita in una specie di casbah.


Gordon Sumner è un giovane insegnante di letteratura alla scuola media, un educato provinciale, nato poco fuori Newcastle, appassionato di jazz e musicista dotato anche se un po’ alla vecchia maniera; dai tempi degli oscuri Phoenix Jazzmen il trombonista della band lo aveva chiamato Sting, per via di un curioso jersey a righe gialle e nere, e ormai quel soprannome gli si era appiccicato addosso tanto che arrivato a casa di Stewart si era presentato con un “ciao, sono Sting”.
Ebbene, dopo quell’impressionante jam-session, e dopo aver sentito un paio di pezzi già belli e pronti malamente registrati in casa da Stewart, Sting prende l’importante decisione di mollare i Last Exit e seguire quel pirotecnico batterista verso altri lidi musicali, con la segreta speranza di non dover mettere da parte per troppo tempo le sue capacità compositive.
Miles Copeland procura un chitarrista, Henri Padovani, e il trio inizia a suonare sul serio; così Sting si ritrova a suonare canzoni punk scritte da Stewart davanti a crocchi di scalmanati con la cresta e il naso bucato, e per la Illegal Records, un’etichetta “fatta in casa”, esce anche il primo singolo a 45 giri,”Fall Out\”Nothing Achieving”; nel frattempo però, Gordon sta armeggiando con dei suoi brani, i cui arrangiamenti più articolati rendono la vita difficile al modesto Padovani, e quindi il giovane corso è costretto a lasciare il posto a un chitarrista dal superiore bagaglio tecnico, Andy Summers, che all’epoca era gia un session man di un certo livello, anzi un veterano del rock di grande esperienza e con qualche anno in più dei suoi nuovi compagni.


Nella primavera del 1978 la Illegal esordisce nei negozi col loro primo 33 giri,”Outlandos d’Amour”, e velocemente i tre finiscono a libro paga della potente A&M che inizia a distribuire il disco su larga scala; ”Outlandos” presenta già la maggioranza delle caratteristiche che faranno dei Police una delle più grandi band del mondo: la contaminazione tra i ritmi giamaicani del reggae e la cruda energia punk, la voce squillante di Sting e la sua penetrante verbosità, il ciclopico talento di Copeland e l’essenziale “commento” della tagliente sei corde di Summers; certamente, gli arrangiamenti sono semplici, e raramente i brani esuberano dal canonico formato 45 giri-tre minuti e mezzo, ma il piatto è già ricco e così, tra i veloci assalti punk di "Next to You", "Peanuts" e "Truth hits Everybody", compare la più famosa ode ad una prostituta che si sia mai sentita per radio, il primo singolo “Roxanne”, prontamente censurato, e poi, il saltellante reggae di “So Lonely” e del secondo 45, ”Can’t stand losing you”, un testo di Sting sull’abbandono e il suicidio con l’indelebile marchio Copeland nel personalissimo gioco di charleston che lo ha reso inconfondibile.
Intanto negli USA “Roxanne” non ha problemi di censura, e i Police possono provare il grande salto oltreoceano con discrete speranza di successo; Sting nel frattempo non si fa mancare una lucidatina all'amor proprio e si cimenta come attore nel film di produzione britannica “Quadrophenia”, basato ovviamente sulle canzoni degli Who.


Il 1979 vede l’uscita del secondo album,”Reggatta de Blanc”, (“Reggae Bianco” appunto, in chissà quale slang caraibico\londinese) e se il botto di “Roxanne” non era stato sufficiente ecco “Message in a Bottle”, forse uno dei singoli più ascoltati (e più usurati, ahimè) di sempre, nient’altro che l’ennesimo reggae sparato a tutta velocità, con un furioso giro di basso e un Copeland scatenato; ma tutto l’album merita una menzione: Sting è già diventato Sting, e c’è già qualcosa di psicanalitico e terribilmente malinconico nel suo modo di scrivere, come si vede bene nel vortice sincopato di “The bed’s too big without you”, ma non riesce a prendere interamente possesso della band: le bacchette incendiarie di Stewart non conoscono ostacoli (“Deathwish” è una dimostrazione delle sue abilità, letteralmente un batterista con il resto della band che accompagna, e, a margine, il giro di basso di “Faith” di George Michael); “Walking on the Moon” si stacca letteralmente da terra e guadagna gli spazi siderali con un equilibrio perfetto di pieni e vuoti, grazie al grandioso hi-hat di Copeland e finalmente anche un ispiratissimo Summers, comprimario sì, ma di alto livello.
E' ancora farina del sacco di Stewart la comica “On any other Day”, che ha l’aspetto di una jam session, come del resto la stessa “Reggatta de Blanc”, ma forse il capolavoro strumentale del disco è la sottovalutata “Bring on the night”, altro “reggae bianco” incantevolmente melodico, con una parte di chitarra scintillante.


Il disco lancia la band nel gotha del rock, e la tournee mondiale che segue è addirittura inverosimile; ma la popolarità ha un prezzo, e la pressione sul gruppo aumenta; ”Zenyatta Mondatta”, registrato in gran parte in Olanda, vede una svolta in senso sperimentale che a molti non è gradita, e per la stampa il terzo album è in qualche modo una delusione, anche se il singolo di successo spunta fuori lo stesso con “Don’t stand so close to me”, in cui Sting indossa i panni del professor Humbert alle prese con una giovane Lolita; in generale, la scrittura del bassista si alza ancora di livello, mettendo il naso nella sociopolitica (in “Driven to tears”), e raccontando la vita on the road in “Man in a suitcase”; nemmeno "Dedododo Dedadada" è demenziale come sembrerebbe, e hanno un qualche rilievo anche l’ipnotica “Shadows in the rain” e “When the world is running down”, che recentemente è stata ripresa in una discutibile versione da discoteca; l’impressione è comunque che sia incombente una svolta, e infatti “Ghost in the Machine” nel 1981 segna il definitivo addio al “reggatta”, ultimo tributo la terzomondista “One world (not three)”, verso sonorità più cupe e new-wave; compare un tappeto di tastiere nella morbida “Spirits in the material world”, e in generale sintetizzatori e fiati fanno capolino qua e là rendendo il disco più ricco da un lato, e forse un po’ sovraprodotto dall’altro; il singolo da logorare in radio è "Every little thing she does is magic", un brano invero terribilmente pop, anche se impreziosito da spunti caraibici nelle percussioni, e subito dietro spicca la tetra “Invisible Sun”, con uno Sting già quasi in versione Emergency che racconta della guerra nordirlandese seduto davanti alla pianola Roland; poi il bassista si cimenta anche al sax nel tiratissimo funky di “Hungry for you”, che, snobismo degli snobismi, è per una buona metà in francese, mentre Summers si ritaglia il suo spazio con l’interessante riff di “Omegaman”.


Gli album dei Police non sono mai stati omogenei: di sicuro è sbagliato pensare che siano solo frutto del talento di Sting, anzi il conflitto stilistico tra Copeland e e il bassista, moderato dalla pertinente chitarra di Andy Summers, non ha mai cessato di ribollire tra una traccia e l’altra, tra un concerto e una jam session; è probabile che ai giovani ascoltatori piaccia l’idea della rockstar intellettuale, che li stimoli a pensare in modo “adulto”, o quantomeno profondo, e in questo senso Sting rappresenta un qualche progresso rispetto al delirio di Jim Morrison, ma d’altro canto più di qualcuno ha accusato il professore di Newcastle di essere solo un presuntuoso snob che ha letto troppi libri e canta con un ridicolo falso accento giamaicano; a voi la decisione, ma resta il fatto che il contrasto tra questa vena pseudo intellettuale di Sting e l'animale impulsività di Copeland, mai ricomposto del tutto, ma solo nascosto sotto il tappeto, riesplode durante la lavorazione del colossale “Synchronicity”, che nella peggiore tradizione degli Yes, se si immagina di avere in mano il 33 giri, ha un lato per Copeland e uno per Sting, anche se i testi sono quasi tutti del secondo.


Si parte a 100 all’ora con “Synchronicity I” (Sting sta leggendo Jung e derivati, tutto è connesso, ”sincronizzato” in qualche modo) e ci accompagnano i ritmi tribali di “Walking in your footsteps”, (ma "hey mister dinosaur" è francamente troppo per essere preso sul serio...) e la veloce “Miss Gradenko”;”Oh my god” ha un interessante testo ma è trascurabile, come anche la terribile “Mother”, con un assurdo tempo dispari, e “Synchronicity II”, andando via come un treno, chiude il primo lato con una specie di indagine psicanalitica sulla famiglia media e sul vivere quotidiano, in cui l’ineffabile Sting riesce a infilare non si sa come anche qualche riferimento al famoso lago di Lochness.
La “facciata B” (bei tempi quelli) è tutta un altra storia: praticamente è il primo LP solista di Sting, accompagnato da una band di vecchi amici; su “Every breath you take” non posso dire nulla che non sia già stato detto, se non che qualcuno ha intravisto in questa meravigliosa canzone pop i pensieri di un maniaco stalker che tampina una donna, e che Copeland si rifiutò di suonarla, perchè la trovava noiosa, e si dovettero usare dei campioni preregistrati; segue la geniale e raffinata semplicità di “King of Pain”, altro successo assolutamente pop, di quelli che non invecchiano mai, nonostante un ritornello dalle rime un po’ banali, e poi ancora l’ammaliante melodia orientale dell’hegeliana “Wrapped around your finger”, il terzo classico, e singolo di successo, l’unico brano musicale al mondo in cui, come qualcuno ha ironicamente notato, si trovano contemporaneamente le parole “Charibdes” e “alabaster”: il professor Sting mette mano all’enciclopedia.
“Tea in the Sahara”, calma ed effettata, ha qualche debito con lo stesso romanzo che tanto è piaciuto a Bertolucci (“The Sheltering Sky” di Paul Bowles, per la cronaca), e l’album in vinile finiva qui, mentre la versione CD (e cassetta, sì quella scatoletta di plastica di dubbio gusto) presentava anche il leftover “Murder by numbers”, un curioso blues interessante dal punto di vista strumentale.


Altra tournee mondiale e altra pioggia di premi,Grammy e quant’altro, ma dominare il mondo e rivaleggiare con “Thriller” in classifica non era sufficiente: lo scioglimento del gruppo, mai annunciato ufficialmente, era pronto da tempo, forse già durante le session di “Synchronicity”; i Police se ne vanno da primi della classe alla fine del tour, senza apparentemente nessun rimpianto per aver ucciso la gallina dalle uova d’oro, e rifiutando per più di vent'anni qualsiasi proposta di ridare vita alla band.

Giusto aggiungere però, che la reunion del 2007\2008, spinta sicuramente da ragioni commerciali, è stata comunque un evento storico, e per una volta, non ha sottratto nulla alla reputazione del gruppo, come invece spesso accade quando si tenta di riciclare se stessi; anzi, anche chi come me, nel periodo d'oro dei Police era troppo giovane per assistere a un loro show, ha avuto la possibilità unica di vederli dal vivo al massimo della forma: nessun nuovo brano, solo classici riproposti con buon gusto, senza lungaggini e autocompiacimenti da vecchie rockstar, e con alcuni piccoli ritocchi negli arrangiamenti che hanno reso lo spettacolo ancora più straordinario.

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