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tapebox

 

 

The music on this Compact Disc was originally recorded on analog equipment. We have attempted to preserve, as closely as possbile, the sound of the original recording. Beacuse of its high resolution, however, the Compact Disc can reveal limitations of the source tape.

 

 

 

Il cd starà anche morendo, e neppure l'industria discografica si sente poi tanto bene, ma avrete notato che gli scaffali delle grandi catene musicali sono pieni di ristampe di ogni tipo, molte delle quali effettivamente piuttosto appetibili, soprattutto dal punto di vista del packaging ; appetibili e costose, aggiungerei, visto che le major non si dannano certo l'anima per mantenere i prezzi a un livello competitivo, nè sono interessate a quasiasi forma di beneficenza nei riguardi del consumatore medio.
Le ragioni di questo tipo di operazione si perdono nella notte dei tempi digitale, ossia l'inizio degli anni '80, quando il dischetto in policarbonato fece la sua comparsa, prima sul mercato giapponese, poi in quello europeo, e infine negli Stati Uniti, quasi un anno dopo il suo effettivo lancio commerciale.
La verità è che questo processo subì un'improvvisa accelerazione nel 1982, dopo l'agreement  tecnologico tra Sony e Philips, cioè in un momento in cui non si conoscevano ancora precisamente i limiti intrinseci del formato, e soprattutto, certe conquiste a livello informatico erano ancora ben al di là da venire; basti pensare che l'allora popolare Commodore Vic 20 aveva 5k di RAM, ed era incredibilmente meno potente e versatile di qualsiasi telefonino cellulare abbiate in tasca in questo momento.
Aggiungiamo che alla Sony erano in ritardo rispetto alla prestabilita deadline dell'ottobre '82, e quindi il compact disc fu lanciato con estrema fretta, e addirittura, dimensioni, materiale e capacità del supporto furono decise quasi all'ultimo secondo; ma poi servivano anche dei titoli appetibili, e gli archivi Columbia, CBS, Philips, Polygram e Warner Bros vennero rovistati alla ricerca dei vecchi masteranalogici da riversare al più presto possibile, per dare inizio a una vera e propria invasione dei mercati.
Prima di continuare il discorso, però, per amor di chiarezza è bene spiegare esattamente cos'è un master.  

Storicamente, uno studio discografico possiede, quantomeno da una quarantina d'anni, un registratore multitraccia (analogico, una volta, sempre più spesso digitale, oggigiorno), che serve ad incidere il suono dei vari strumenti, anche separatamente; il numero delle tracce è progressivamente aumentato, tanto che adesso abbiamo banchi mixer anche a 64 piste, che danno agli ingegneri del suono possibilità illimitate.
Digitale o analogico che sia, normalmente il prodotto finale, a session terminate, è una robusta bobina magnetica a più tracce, che poi viene copiata mixando e riducendo le tracce a due, cioè quelle normalmente usate nella riproduzione stereofonica; questo a tutti gli effetti è il master , o mixdown , che riflette in pieno le scelte sonore dell'artista e del produttore, ma anche, bisogna dirlo, le limitazioni dell'hardware usato in quel particolare studio, e che soprattutto poi dovrebbe essere la sorgente usata per stampare le copie dell'album destinate al pubblico.
Però arrivati a questi punto il discorso si complica, anzichè semplificarsi: ai vecchi tempi del LP, il nastro magnetico professionale aveva una banda dinamica largamente maggiore di quella permessa dal vinile: ciò significa in soldoni che l'escursione tra le basse e le alte frequenze, e tra il pianissimo e il fortissimo orchestrale che poteva riprodurre era molto superiore; il funzionamento del giradischi è tale per cui lo stilo trasforma i picchi e gli avvallamenti dei solchi da movimenti fisici a impulsi elettrici, per ricreare l'onda sonora, e quindi escursioni eccessive avrebbero fatto letteralmente saltare la puntina sul disco, rendendolo inutilizzabile.
Perciò, si doveva realizzare una copia del master "tagliando" un po' di frequenze in alto e in basso, per rendere il segnale sonoro compatibile con il suo uso domestico; ma il master "tagliato", e spesso equalizzato, era pur sempre una copia di seconda generazione, o se vogliamo di terza, prendendo il nastro multitraccia come matrice, e spesso il riversamento, anche se fatto a dovere, non poteva sfuggire ad un logico aumento del rumore di fondo o anche a qualche errore nella velocità di riproduzione, ossia a tutti fattori che deteriorano la qualità del segnale registrato.
In più, qualsiasi ripensamento dell'ultimo secondo sull'equilibrio generale del master poteva sfociare in un'ulteriore copia, con altre modifiche, altri aggiustamenti, e quindi altri potenziali errori, sicchè dagli studi potevano uscire tre o quattro diverse versioni dell'album, tutte però incise su bobine spesso identiche ed etichettate incautamente come "master", mentre l'unica versione uncut, quella integrale, spesso era dispersa, o male archiviata, o recava scritte come "do not use", visto che a tutti gli effetti in quel momento non serviva alla produzione di massa, ma era solo un anello del processo industriale.
Dunque torniamo ai poveri archivisti che si trovano davanti a magazzini pieni di vecchie bobine, con il loro capo che li minaccia di morte se non fanno saltar fuori tutti gli album dei Led Zeppelin o degli Who; la prima bobina con scritto "master" è quella buona, e viene spedita senza troppe esitazioni al produttore che deve riversarla in formato digitale, senza calcolare che la banda riproducibile dal neonato compact disc è immensamente superiore, e i nastri marcati "do not use" andrebbero benissimo, anzi sarebbero un indubbio salto di qualità, dando al produttore un più ampio margine su cui lavorare.
Poi, sia questi stessi produttori, spesso desiderosi di modificare e modernizzare il suono, sia le diverse fabbriche e i diversi processi di stampa, hanno ancora aggiunto discrepanze dall'originale, facendo sì che l'intero primo decennio del compact disc sia un'assoluta lotteria dal punto di vista qualitativo.
Ma c'è un punto che va stranamente a favore di questo frettoloso modus operandi: i compact disc prodotti quantomeno fino alla fine degli anni '80, anche quelli usciti espressamente solo in cd, sono spessissimo riversamenti digitali puri e semplici, con pochissime modifiche, e quindi riproducono nel bene e nel male il contenuto di quelle misteriose bobine, di prima, seconda o terza generazione che fossero.


Nel frattempo, il mondo è andato avanti: mentre le radio e le discoteche richiedevano più decibel e più bassi fragorosi, in una specie di escalation sonora, alcune etichette, come la classica Mobile Fidelity, e alcuni professionisti di grande livello, come Barry Diament, Steve Hoffman o Doug Sax, scoprirono l'inghippo, sollecitando le major a sistemare i loro archivi per elevare la qualità media della musica riprodotta, e sostanzialmente dare ai consumatori dei cd migliori.
Barry Diament lavorò per anni, e per varie etichette, preparando i master digitali di molti capolavori della musica moderna; spesso racconta che quando fu incaricato dalla Island di occuparsi degli album di Bob Marley, passò settimane a rimandare indietro i nastri che gli consegnavano, tutti equalizzati, tagliati e addirittura ridotti nel minutaggio, finchè, spiegando che per almeno dieci anni il mondo avrebbe ascoltato quei cd di Bob Marley, ottenne i veri master, e per dirne una, la sua versione di "Legend" dura ben 11 minuti in più rispetto al relativo LP.
Ma la politica delle major discografiche è stata capace di inquinare anche questo tipo di etica professionale: cavalcando la tigre, nel giro di un altro quinquennio gli espositori si sono riempiti di nuove versioni di vecchi titoli, spesso notevolmente migliorate nella confezione,(che, va detto, inizialmente era ridotta all'osso, come ricorderanno i digitalisti della prima ora), ma purtroppo non sempre migliori dal punto di vista sonoro; l'espediente più usato, oltre che l'aumento del volume, non negativo di per sè, è stato un sempre meno modico boost delle alte frequenze, per dare l'illusoria sensazione di un segnale più dettagliato, e una progressiva compressione che aumenta l'impatto del segnale a scapito della dinamica, rendendo l'ascolto a lungo termine piuttosto faticoso per chi non ama le asprezze digitali. Ovviamente questo processo vale anche per le nuove uscite, sempre più rumorose e supercompresse, e l'escalation sembra non voler cessare neanche davanti alle vigorose proteste della porzione audiofila degli abituali compratori di cd: acclarato che "Brothers in Arms", pur essendo un album magnificamente registrato, quando uscì nel 1985 aveva un volume in effetti troppo basso, recentemente, e non solo nell'hard rock, si sono raggiunti picchi di loudness e distorsione talmente elevati da compromettere completamente l'ascolto, come nel caso di "Californication" dei Red Hot Chili Peppers, che sembra afflitto da continue scariche elettriche, o di "Death Magnetic" dei Metallica, una specie di incentivo alla rottamazione per i vostri altoparlanti
In ogni caso, il proliferare di etichette con su scritto "digitally remastered"
è solo un fatto di marketing, simile all'imbroglio dello SPARS code DDD, oggi fortunatamente quasi disusato; spacciare tutto ciò che è digitale per qualcosa di intrinsecamente migliore, o perfetto, è un'assunzione priva di fondamento; in un sussulto di relativismo, mi verrebbe da dire che l'unico fondamento certo sono le orecchie di chi ascolta, ed è bene che siano orecchie scettiche.
Curiosamente, a proposito delle leggi (e delle storture) del marketing, Barry Diament ha recentemente spiegato, a proposito della sua prima versione in compact disc dell'album "Invisible Touch" dei Genesis, uscito simultaneamente in vinile e cd nel 1986, che fu proprio l'Atlantic stessa ad obbligarlo a usare il master equalizzato per il LP, perchè il compact disc doveva essere in tutto e per tutto uguale al vinile
, in modo da non sconcertare gli ascoltatori, anche se ciò significava tradire già in partenza le maggiori possibilità offerte dal nuovo e ipertecnologico supporto digitale.


Un altro esempio abbastanza sorprendente di come funziona l'industria discografica è l'ottima versione Mobile Fidelity dell'album "Signals" dei Rush, uscito nel 1982 e ristampato dalla MoFi nel 1994; chi (come me) ha maneggiato entrambe le versioni, si sarà sicuramente accorto che nel brano "The Weapon" il costoso dischetto audiophile ha un verso cantato in meno: questo perchè il verso fu effettivamente aggiunto all'ultimo minuto, diciamo così, in postproduzione, ma non sul master originale, che è l'unica sorgente accettata dalla Mobile Fidelity. Dunque solo il cd MoFi deriva da quel master, che perciò giace disusato dal 1994, nonostante un successivo ciclo di rimasterizzazioni (non molto raccomandabile) di tutti gli album del trio canadese.

 

Un fatto analogo accadde anche per "Murmur" dei REM, ristampato sempre da MF nel '95; all'epoca, a session concluse, quelli della IRS pensavano che la voce di Michael Stipe fosse poco intelligibile, e che per funzionare bene alla radio si dovessero far sparire un po' di kilohertz sulle basse frequenze, e provare a riportare il vocalist in primo piano. Il risultato fu di togliere parecchio impatto ai brani di quell'album; via il basso, silenziatore alla grancassa e alle rullate sui tom. Shawn Britton non potè credere alle sue orecchie quando ebbe in mano il master originale full frequency, e nessun appassionato dei REM dovrebbe vivere senza quell'edizione di "Murmur", che, parola di Peter Buck in persona, "suona come dovrebbe suonare", e che poi, vedi i casi della vita, è anche una delle meno costose in quella serie ormai lungamente fuori stampa.

 

Potrei continuare ma il cerchio di questo discorso si chiude al giorno d'oggi: bastano un paio di buone cuffie per accorgersi che tra compressione, volume altissimo e megabassi, quelle vecchie versioni di dubbia provenienza, e con packaging scadente, sono il più delle volte ancora le migliori possibili, proprio per il ridotto numero di ritocchi che hanno subito; e pur non essendo questa una certezza assoluta, per adesso è il miglior criterio da seguire quando ci si trova davanti a tre o quattro edizioni diverse dello stesso album; è difficile prendere un bidone comprando una vecchia edizione: la cosa peggiore che può succedere è che la registrazione sia un po' bassa, ma per fortuna abbiamo delle apposite manovelle, che ci danno il potere di decidere a che volume ascoltare, e se spaccarci i timpani o solleticarli solo.

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