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Rush-Power-Windows-1985

 

Per la serie "cosa resterà di questi anni '80", ecco un altro pezzo da museo da rispolverare al più presto.
Il pregio e contemporaneamente il difetto di questo virtuosistico trio canadese è il fatto di essersi voluti aggiornare sempre e continuamente, nel sound e nella strumentazione: da seri amanti della sci-fi quali sono, i Rush hanno adottato tutte le innovazioni tecniche possibili fin dall'inizio, e già "Signals" dava appunto "segnali" di un cambiamento di rotta poi concretizzatosi a tutto tondo con "Grace under pressure" (che è dell'ottantaquattro) e poi con questo eccellente "Power Windows", probabilmente il miglior album del loro scintillante ciclo eighties.
Come per molte altre band, in quel momento storico così critico, l'adozione dei synth Roland e di percussioni elettroniche suscitò più di qualche perplessità nei fan di lungo corso, ma la verità è che i tempi delle lunghe suite progressive divise in movimenti, nella stessa tradizione degli Yes, erano ormai andati con la fine dei '70, e il modernismo della nuova decade richiedeva una maggiore asciuttezza compositiva: ecco dunque brani di 5 minuti, con lampi accecanti di tastiera, un'accresciuta sensibilità melodica (e ritmica, se ce ne fosse stato bisogno), tutto agganciato saldamente al consueto vocabolario Rush, fatto di intricatissime parti di basso e batteria e con l'ottimo Alex Lifeson ad incorniciare il lavoro di Peart e Lee.
Gli anni '80 dei Rush sono questi: "The Big Money", che fu scelto come singolo, è un brano decisamente radio-friendly, eppure ha una feroce potenza percussiva, un interessante testo sull'andazzo economico dell'America reaganiana, e una parte di basso di raggelante difficoltà, oltre ai fuochi artificiali del professor Peart che dal suo sgabello può impartire lezioni a qualsiasi batterista vivente. "Grand Designs" ha un ritornello spettacolare, da ascolto ripetuto, e fa grattare la testa con un certo vigore a chi nella musica cerca un po' di contenuti: Neil Peart, oltre che il batterista rock per antonomasia, è anche un interessante scrittore di testi, e per chi volesse informarsi meglio, filosoficamente parlando si rifà spesso all'obbiettivismo di Ayn Rand ("A to B, different degrees..."), pur non avendo mai ammesso palesemente di voler appartenere a una precisa corrente di pensiero.
Eccellenti anche "Manhattan Project", un ottovolante che accelera e rallenta come solo i Rush sanno fare, e "Marathon", altra magistrale traccia di basso che da sola rende l'idea di un'estenuante performance atletica (“...in the long run”), con in più un proibitivo intermezzo strumentale; andateglielo voi a spiegare che nelle band normali, il basso fa più o meno quello che fa la grancassa.
"Mystic rhythms" e "Territories", ma tutto il disco in generale, sono quello che i Genesis di "Invisible Touch" avrebbero tanto voluto saper fare: tecnica e melodia di alto livello, modernissimo rock progressive ma senza gli eccessi che del progressive sono stati la pietra tombale, non appena la musica è finita nei videoclip e su comodi dischetti in policarbonato. A proposito di dischetti in policarbonato, la miglior edizione rimane la prima Mercury da due lire (col disegno rosso detto swirl in Europa, o in cd tutto silver nella versione americana) e comunque si tratta di un'incisione full digital un po' fredda, che la rimasterizzazione del '97 ha reso assolutamente glaciale, oltre che rumorosa e compressa all'eccesso; poi, orecchie illustri affermano che la prima edizione giapponese Sony (32.8P-101), stesso mastering della versione economica 25.8P di pochi anni dopo, sia ancora migliore, ma è davvero una sfida trovarne una, e per quanto riguarda le nuove stampe cosiddette SHM (Super High Material, con un nuovo dischetto ad elevata performance progettato da quei capoccioni della JVC), il mastering è lo stesso del '97, e quindi in ogni caso annulla i benefici del brevetto.

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