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Led_Zeppelin_Presence.jpg

 

 

Non è un disco della categoria "indispensabili", ma piuttosto una gemma nascosta nel catalogo di uno dei più grandi gruppi rock della storia, di cui più o meno si sa già tutto e dunque non mi dilungherò troppo a spiegare di chi sto parlando.
Fatto sta che a metà dell'anno 1975 gli Zeppelin sono già delle ricchissime superstar, e la popolarità li sta lentamente divorando; fioriscono leggende su incredibili e ben poco artistiche performance durante la tourneè, e su patti stipulati col Demonio per ottenere il successo, con carrettate d'alcol e stupefacenti a fare da contorno; ma l'aria che tira alla fine dell'ennesimo trionfale tour americano in realtà non è affatto buona: il gruppo è costretto all'esilio fiscale per sfuggire alle grinfie dell'erario britannico, e Robert Plant è reduce da un orrendo incidente d'auto nell'isola di Rodi, in cui tutta la sua famiglia aveva rischiato grosso; le prime prove per il nuovo album si svolgono agli studi SIR di Hollywood, con Plant ancora ingessato, ma a causa ancora una volta di problemi di tasse, questa volta con il fisco americano, si sceglie di trasferirsi ai Musicland di Monaco di Baviera dove Jimmy Page, sempre e comunque la mente del gruppo, trova un buco di due settimane prima che arrivino i Rolling Stones, altri noti uccelli di bosco fiscali a quanto sembrerebbe.
L'album "Presence" viene terminato a tempo di record, e, oltre che piuttosto enigmatico, con quel monolito kubrickiano in copertina, si presenta molto potente e aggressivo dal punto di vista chitarristico: il pezzo d'apertura "Achilles last stand" è un'avveniristica cavalcata hard rock di 10 minuti, con moltissime sovraincisioni di chitarra e una sezione ritmica tambureggiante, davvero un manuale di tutti i clichè del nascente heavy metal inglese, idealmente la prima pagina di un libretto compositivo che in futuro band come gli Iron Maiden contribuiranno ad arricchire, ma forse senza mai raggiungere i vertici dell'epos zeppeliniano, le "possenti braccia di Atlante che separano il cielo dalla terra", questo clangore d'armi evocato da un Plant ancora ferito dall'incidente. Seguono "For your life", con pesanti riferimenti alle droghe consumate nelle notti brave di Los Angeles, e un'altra grandiosa parte di chitarra di Page, e poi la funkeggiante e sincopata "Royal Orleans".

Il secondo pezzo forte del disco è sicuramente "Nobody's fault but mine", un adattamento, si dice, di un vecchio pezzo blues di Blind Willie Johnson, con un duro giro di chitarra, due strepitosi assoli e l'inquietante testo di Robert Plant in cui sembra ammettere che sì, è proprio il diavolo che lo sta braccando, se ne assume tutta la colpa e intende provare a salvare la sua anima dall'ombra nera che incombe alle sue spalle; dopo il trascurabile pezzo rockabilly "Candy store rock" , troviamo "Hot's on for nowhere" con un curioso coretto da "happy music" nient'affatto zeppeliniano, e ancora un Page in grande spolvero, ed infine a chiudere l'album il bellissimo e malinconico blues di "Tea for one", quasi la continuazione di "Since I've been loving you" per lo spazio improvvisativo che lascia a Page e a un Plant quantomai doloroso e forse davvero provato dagli eventi e dalla vita "on the road".
A trent'anni dalla pubblicazione, penso che la valenza di questi sette pezzi ,e dei tre migliori in particolare, possa dirsi aumentata a dismisura: sicuramente è l'ultimo album in cui Jimmy Page è al top delle sue capacità tecniche e compositive, visto che il seguente "In through the out door" è in gran parte farina del sacco di John Paul Jones: tutto il lavoro chitarristico è di alto livello, Plant è un po' logoro ma ancora emozionante, e i due nelle retrovie fanno il loro mestiere, perciò, con un po' di senno di poi, riscopritelo.

Per quanto riguarda l'edizione migliore da comprare, la ristampa firmata George Marino che si trova comunemente in tutti i negozi non è male, anche se ad ogni tiratura si cerca di potenziarle di qualche decibel, ma in sostanza continuo a preferire le early press, che sono meno faticose per i timpani, e lasciano a chi  ascolta il privilegio di darci dentro col potenziometro del volume; basta setacciare con un po' di pazienza il circuito dell'usato, e qualche vecchia Atlantic da quattro soldi spunterà fuori.

 

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