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PRYOR-ARGUELLO TRENT'ANNI DOPO

 

Alexis Arguello amava le sfide. Più del suo straordinario spirito sportivo o di quel diretto destro da fotografia, era stata la ricerca continua di nuovi traguardi a farlo diventare il campione che era. A 30 anni, con tre cinture mondiali in bacheca e uno score complessivo di 72-5, ancora più ragguardevole di quanto dicano i numeri pensando al suo modo di combattere, avrebbe potuto ritirarsi, smetterla con la dieta e le corse alle sei di mattina, e godersi la vita, con un posto garantito nella Hall of Fame di Canastota e uno nelle videocassette sui migliori di sempre. Ma per chi è stato un campione, la boxe è quasi una malattia, è una vita parallela che prende il sopravvento su quella normale, come se Superman non riuscisse più a ritornare Clark Kent, anzi non ne avesse più la minima intenzione. Fama e ricchezza non avevano trasformato Arguello in una superstar arrogante e viziata, nè avevano intaccato l'umanità e la riservatezza che l'avevano sempre contraddistinto, ma Alexis aveva ancora fame di vittorie, e un bisogno quasi fisico di nuove battaglie da combattere, tanto da spostarsi nei welter junior, e già con la mezza idea di un'escursione nella categoria superiore, in cerca di Ray Leonard.

 

Prima di Ray Leonard però c'era Aaron Pryor, campione del mondo WBA sulle 140 libbre, un tipo imprevedibile, ingestibile, tanto talentuoso quanto irregolare, messo in ombra per anni da Howard Davis e da Leonard stesso dopo aver fallito ai Trials per Montreal '76, ed esploso definitivamente nel 1980 con una fragorosa vittoria per KO al quarto round contro un osso duro come Antonio Cervantes, a cui aveva strappato il titolo.

Si sarebbe potuta cercare una strada più semplice per diventare il primo pugile a conquistare quattro corone mondiali in quattro diverse categorie, ma così era Arguello; con la mediazione di Bob Arum ottenne la possibilità di sfidare quel nero di Cincinnati in guerra col mondo, e la location prescelta fu Miami, dove Arguello risiedeva in gran parte dell'anno. Considerata la forte componente ispanoamericana della città, non c'era luogo più adatto che il vecchio Orange Bowl, lo stadio dei Dolphins, per creare un evento senza precedenti, con il lusso di avere Roberto Duran nel sottoclou, opposto al ruvido Jimmy Batten.

 

In luglio, i due pugili avevano entrambi combattuto e vinto con una certa facilità; Arguello, al suo esordio nella categoria, se la cavò in cinque minuti facendo stramazzare Kevin Rooney con un impressionante stangata di destro al secondo round, e Pryor, pur ruzzolando al tappeto all'inizio del match come spesso gli accadeva, si liberò del sopravvalutato Akio Kameda in sei riprese, e avrebbe puntato dritto a Leonard e alla corona dei welter, ma il match contro il Golden Boy non si fece mai, a causa dei problemi all'occhio che poi lo obbligarono a ritirarsi.

Arguello era quindi un'opzione quasi obbligata, e ad agosto il match era bello e pronto, allo stadio del football, per il 12 novembre, arbitro Stanley Christodoulou; a Pryor non pareva vero di potersi finalmente trovare con le telecamere della HBO e gli occhi di tutta l'America addosso, dopo anni di pane duro, e non gli pareva vero neanche di essere nettamente sfavorito dai bookmakers (12-5), nonostante per Arguello si trattasse solo del secondo incontro in assoluto al limite dei welter junior, ma era uno scotto da pagare per stare fianco a fianco a un campione di quel livello.

 

Anche Arguello aveva dovuto pagare un prezzo per le sue ambizioni; il suo fidatissimo allenatore, Cuyo Fernandez, giudicava l'incontro una pazzia e si rifiutò di partecipare al camp di Palm Springs; al suo posto, il management scelse un veterano come Eddie Futch, i cui metodi non risultarono però del tutto graditi al nicaraguense. Voci di un suo stato di forma non ottimale e di troppe distrazioni mondane rimbalzavano di tanto in tanto fra gli addetti ai lavori, ma un testimone attendibile come Ray Mancini, che prese parte a quelle stesse sessioni di allenamento in preparazione del suo tristemente famoso match contro Duk Koo Kim, conserva ancor oggi un ricordo indelebile dell'intensità e la concentrazione che El Flaco trasmetteva durante il training.

 

Il piano di Alexis non era un mistero: fornito di un grande acume tattico, sapeva studiare gli avversari e calibrare la sua scherma di conseguenza come pochi al mondo, e da straordinario maratoneta del ring qual era, aveva tutto l'interesse a prolungare il match il più possibile; Pryor doveva essere portato al largo e finire ingoiato nelle acque profonde e scure dei championship rounds, quelli che The Hawk aveva così poco frequentato nella sua carriera, anche se ciò significava inevitabilmente dover navigare a lungo nella tempesta. Perchè di tempesta si trattava.

 

Ironia della sorte, a bordo ring, accanto alle voci familiari di Barry Tompkins e Larry Merchant, la HBO porta proprio Leonard per il commento tecnico, ed è Leonard a pronosticare qualcosa di grosso già alla prima ripresa, osservando l'espressione di Aaron Pryor due minuti prima dell'inizio, quando punta Arguello con il braccio teso; al suono della campana il bad guy dell'Ohio è pronto a scatenare l'inferno.

Si parte e il primo round ha un ritmo folle; Pryor mitraglia colpi da tutte le angolazioni, e i suoi movimenti disorientano Arguello, che capisce rapidamente di non poter spostare il mirino a quella velocità. La tempesta è peggiore del previsto: Alexis mette a segno qualche colpo, trova dei varchi in mezzo a quei marosi, ma non guadagna mai il centro del ring, anzi si trova più di una volta sbattuto sulle corde e incapace di uscire dall'assedio. Le furiose combinazioni di Pryor stritolano la finesse pugilistica del campione nicaraguense, che comincia a respirare solo nell'ultimo minuto.

Il trend continua anche nel secondo e nel terzo round: Pryor è un combination puncher formidabile e possiede grande mobilità sia sul tronco che sulle gambe, doti che sfrutta appieno alla corta distanza, mentre Arguello, più longilineo e statico, per essere davvero efficace deve scrollarsi quella sanguisuga di dosso e guadagnare un certo spazio di manovra, che però ottiene raramente; spalle alle corde, con un destro corto e secco centra Aaron al mento, ma non succede assolutamente nulla, e non è un segnale trascurabile. Pryor martella senza sosta ma pur pedalando spesso all'indietro, Arguello si difende bene e più di una volta manda il suo avversario a vuoto. Panama Lewis dall'angolo raccomanda al campione di muovere testa e tronco il più possibile; Pryor è in trance agonistica e attacca alla baionetta. Ha un monumento dello sport davanti eppure non gli mostra nessun rispetto.

Al quarto round Arguello inizia a lavorare col jab; il suo atteggiamento rimane attendistico ma cerca soluzioni in modo meno passivo. Aaron gli sguscia via spesso, rimanendo però incautamente alla distanza ideale per essere colpito dal suo famoso uno-due. Ma Alexis esita e il diretto non scatta mai. Il quinto round è equilibrato, e rimane chiaro però, che solo quando Pryor allenta la morsa Arguello può gestire l'azione. Alla sesta ripresa, Pryor scuote Arguello con un corto gancio destro: Stanley Christodoulou esamina al volo la sua arcata sopracciliare e si riparte; la proporzione dei colpi rimane sempre nettamente a favore di Pryor. Alexis incassa, anche nella settima, e il taglio sopra l'occhio sinistro gonfio non aiuta. Negli ultimi secondi, trova un gran destro dritto che Pryor attutisce con riflessi fulminei. Troppo poco.

 

"Very few man can stay in the ring with Aaron Pryor" sentenzia Leonard da bordo ring, quasi sollevato di non trovarsi egli stesso in mezzo a quel tornado, eppure Arguello regge, anzi all'ottavo round infila un duro montante al corpo e un altro diretto, e improvvisamente sembra aver trovato il timing giusto. Lo si nota anche nel round seguente, ma Pryor reagisce con rabbia; non sembra accusare i colpi subiti, e conduce una decima ripresa tutta all'attacco. All'inizio dell'undicesimo tempo, il cartellino di Larry Merchant dice 5-4 Pryor con una ripresa pari; Aaron gira incessantemente intorno ad Arguello e sventaglia combinazioni, sembra un bersaglio impossibile da centrare e il bazooka di Arguello si carica lentamente. A trenta secondi dalla fine del round però, ecco un momento chiave: Alexis piazza un diretto destro pesantissimo e apre uno scambio in cui contro tutti gli avversari del mondo avrebbe la meglio; con un potente colpo al corpo crea lo spazio per un altro terribile diretto, Pryor indietreggia per un attimo, scosso da quelle bordate, ma resta ben saldo in piedi e al suono della campana ha perfino una smorfia provocatoria sul viso. Adesso Merchant dice 5-5-1, l'incontro è sulla carta ancora aperto, ma la sicurezza di Arguello è incrinata: infatti, la dodicesima ripresa è tutta di un Pryor di nuovo all'attacco, e non lo fermano due colpi isolati di Arguello, che anzi, per la prima volta traballa vistosamente, in due occasioni, segno che la sua riserva di energie si sta abbassando in fretta. Alexis ha ancora la forza per un ultimo, poderoso destro, il miglior colpo di tutto l'incontro, con cui alla tredicesima ripresa rovescia la testa di Pryor all'indietro, ma si deve arrendere: se il diavolo di Cincinnati digerisce anche quello, è la fine, che arriva puntualmente al quattordicesimo round. Arguello cede di schianto, all'ennesima scarica, una serie violenta di destri e sinistri lo spinge alle corde, e Stanley Christodoulou dopo una dozzina di colpi senza risposta deve interrompere il match, con Arguello che si accascia lentamente al tappeto, svuotato dalla battaglia, tramortito, battuto. Per Pryor è il trionfo, meritato e conquistato a viva forza, e questa vittoria sarà il picco della sua carriera, insieme alla rivincita di dieci mesi dopo. Arguello, sconfitto con onore anche nel lucroso rematch, si ritira, rientrando brevemente nel '85/'86 e nel '94/'95

 

Molta dietrologia si fece su una misteriosa bevanda stimolante che Panama Lewis avrebbe somministrato a Pryor nei minuti finali dell'incontro; mancano prove certe e Lewis, non nuovo ad espedienti più o meno leciti, ha sempre negato tutte le accuse, anche se in molti sostengono che la misteriosa bottiglietta ("the one that I mixed") contenesse degli antistaminici disciolti in acqua per aumentare la capacità polmonare e quindi il recupero dell'atleta. Sembra giusto affermare che un evento sportivo così eccezionale non può essere ridotto a una storiaccia di doping, ma va detto anche che in seguito Lewis fu squalificato e poi addirittura incarcerato per aver rimosso l'imbottitura dei guantoni di Luis Resto in un incontro con il giovane prospect Billy Collins jr., la cui carriera fu stroncata per le ferite subite. Collins, sconvolto, finì poi per schiantarsi fatalmente in un incidente d'auto l'anno dopo, e Lewis soggiornò giustamente in prigione per 4 anni tra il 1986 e il 1990.

Comunque, con Emanuel Steward all'angolo, e senza bottigliette misteriose, Pryor sconfisse nuovamente Arguello, per KO al decimo round, nella rivincita disputata il 9 settembre 1983 al Caesars Palace di Las Vegas.

 

 

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