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RIOT IN WEMBLEY

 

 

Hagler-MinterNessun nero si prenderà la mia cintura

 

In quanto ad accendere gli animi, l'infelice uscita di Alan Minter a pochi giorni dalla sua prima difesa mondiale risultò efficacissima: se qualche testa calda cercava un motivo in più per assistere all'incontro dal vivo, quello andava più che bene, e nel frattempo il nero interessato al suo titolo di campione dei medi aveva già accumulato rabbia e frustrazione in abbondanza, per poter mantenere i nervi saldi davanti a un insulto razziale, e promise guerra.

 

Hagler, il nero, galleggiava da anni ai primi posti nel ranking, gli era toccato anche troppo pane duro, e solo quando Bob Arum lo prese sotto la sua ala protettiva potè veramente puntare al mondiale, che nel frattempo passava da Hugo Corro al nostro Vito Antuofermo, dopo un duro scontro conclusosi ai punti con verdetto non unanime; nessuno dei due valeva Marvin, non avevano né la sua classe, né la sua potenza, né lo stile necessario per indossare una così nobile corona; eppure non bastarono né classe, né potenza, né Arum stesso per proteggere Hagler da un ingiusto verdetto di parità contro Antuofermo, a fine '79, in un match che Marvin terminò sfinito e con le braccia cascanti, ma in vantaggio di almeno 3\4 punti sui cartellini di quasi tutti i presenti al Caesars Palace, compreso Rino Tommasi, che pure avrebbe potuto parteggiare per il generoso pugile barese.


La delusione fu enorme: Las Vegas l'aveva tradito al primo appuntamento, e Hagler si convinse che da quel momento in poi avrebbe dovuto evitare ad ogni costo di lasciare la sua sorte in mano ai giudici; nel giro di dieci mesi mise insieme due roboanti KO al secondo round, inflitti a Loucif Hamani, che finì letteralmente fuori dal ring, e al vecchio compare Bobby Watts, oltre a una netta vittoria ai punti contro l'ostico Marcos Geraldo, e si guadagnò una seconda chance; questa volta bisognava volare in Inghilterra, a Wembley, per sfidare il nuovo campione, Minter appunto, il quale nel frattempo aveva battuto due volte Antuofermo nella prima metà del 1980, di stretta misura a Las Vegas, e molto più agevolmente nella rivincita casalinga di tre mesi dopo; la TV americana presentava addirittura il celebre Howard Cosell in persona, con una terribile giacca giallo limone e il suo famoso parrucchino, a commentare dal vivo l'incontro, programmato il 27 settembre, cioè una settimana prima di Holmes-Alì.

 

Alan Minter era un solido colpitore, mancino, bronzo a Monaco '72 nei medi junior, più volte campione europeo, e nel suo curriculum c'erano vittorie prestigiose contro un anziano Emile Griffith, e contender di livello come Gratien Tonna e Sugar Ray Seales, oltre a Germano Valsecchi e lo sfortunato Angelo Jacopucci, che morì poco dopo il match per l'accumulo di colpi subiti. Era però, Minter, facilmente soggetto a ferite al volto, come si era intuito in una dolorosa sconfitta inflittagli nell'aprile del '77 da un altro contender di livello, l'ottimo Ronnie Harris.
Nonostante fosse noto a tutti che si trattava di uno sfidante pericolosissimo, l'inglese scelse incautamente di attaccarlo a viso aperto, sottovalutandone la forza: Hagler dopotutto aveva faticato molto contro Antuofermo, e questo fatto convinse il campione di poter chiudere in fretta la partita, grazie alla sua potenza e a diversi centimetri in più di altezza, e ovviamente con alle spalle il furioso tifo del pubblico di casa, che subissò di fischi quel nero minaccioso fin dall'ingresso degli atleti nell'arena.

 

Invece, fu Hagler a giovarsi di questo atteggiamento: attaccando fin dal primo gong, Minter finì per accorciare immediatamente le distanze, perdendo il vantaggio dato dal maggiore allungo, e Marvin fece subito capire quanto sapeva essere letale potendo colpire di rimessa; in un minuto, l'occhio sinistro del campione era già ferito, il suo jab sempre battuto sul tempo, e Hagler vittorioso in ogni scambio, lucido, preciso, mai scoordinato. All'intervallo, c'era già sangue da tamponare all'angolo inglese, e il volto del campione aveva perso convinzione; ma Minter amava lo scontro, e ripartì all'attacco anche nel secondo round: con un ottima combinazione di diretti scosse Hagler subendo però subito dopo la sua feroce reazione, un barrage di colpi d'incontro e di maligni ganci e uppercut ravvicinati, tutti diretti al volto, per lo sconforto del placido telecronista BBC che vedeva il beniamino di casa sempre più visibilmente ferito e in balia dello sfidante.

 

This is never gonna be fifteen rounds, never!”


 Il match rimaneva violento ma la situazione si era rovesciata: Hagler guadagnò a viva forza il centro del ring, ed era Minter a sfidare la sua guardia, e Marvin a punirlo col jab e il diretto. Pesantemente segnato, il campione affrontò anche il terzo round provando più volte con grande determinazione il colpo decisivo, nonostante le ferite ormai ampie sul viso, il naso sanguinante e le gambe irrigidite, ma la maggiore precisione e la grande mobilità di Hagler avevano ormai preso il sopravvento: due potenti diretti destri doppiati, un largo gancio che fa volare via il paradenti, l'arbitro che interrompe l'assedio, e decreta che Minter non può più continuare, sono gli ultimi fotogrammi sportivi di una notte storica che poi si trasformò, per l'idiozia di alcuni tifosi, in uno delle pagine più vergognose dell'intero movimento sportivo inglese. Il pubblico protestò violentemente pensando ad una testata, e finì che il nuovo campione non potè assaporare nemmeno un minuto di quel momento di gloria così tanto desiderato: un incivile lancio di bottiglie e lattine in mondovisione costrinse Howard Cosell a nascondersi sotto il ring, e addirittura la polizia a proteggere Hagler e scortarlo fuori dal quadrato, attraverso la folla inferocita dopo quella che sembrò invece a tutti una decisione arbitrale corretta; una decisione, soprattutto, che consegnava finalmente il titolo mondiale a quello che era di gran lunga il miglior peso medio in circolazione. Ma anche nelle notti in cui le stelle si allineano, qualche nuvola può rovinare lo spettacolo, e il nuovo campione dovette fuggire come un ladro dall'arena del suo trionfo.

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