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steely-dan-gaucho-900

 

 

"Gaucho", ovvero la grande crisi di Fagen e Becker.

 

E' preistoria discografica ma all'epoca dei fatti, circa a fine '78, la vecchia etichetta ABC era stata rilevata dalla più grossa MCA, e le beghe contrattuali che derivarono da questo cambio al vertice diedero a Walter e Don qualche mese in più per comporre i nuovi brani, scegliere i sessionmen e farsi bollire il cervello rinchiusi nei vari studi d'incisione che avevano noleggiato.

Questo fatto fu solo apparentemente positivo
In realtà, i due Dan e l'ineffabile ingegnere del suono Gary Katz avevano manifestato l'intenzione di trasferirsi in blocco alla Warner Bros, che offriva loro un contratto milionario per acquistare l'intero catalogo, ma la MCA si oppose e non se ne fece nulla, anzi venne deciso che il nuovo disco sarebbe dovuto costare 9 dollari e 98, anzichè 8.98, e anche questo contribuì ad alimentare le loro nevrosi ormai arrivate a un punto di non ritorno; erano entrambi dentro fino al collo in una nefasta spirale di droga e psicofarmaci, e addirittura a metà del '79 la ragazza di Walter Becker morì di overdose nel suo appartamento.
Ciononostante, il lavoro sul successore di "Aja" era incominciato; dalla porta dello studio si vedevano entrare e uscire batteristi del calibro di Jeff Porcaro, Steve Gadd e Bernard Purdie, chitarristi come Steve Kahn e Mark Knopfler, il grande bassista jazz Anthony Jackson e il suo degno compare Chuck Rainey, il factotum Victor Feldman, almeno sei o sette coriste, e molti altri ancora, e vicino al banco mixer fecero la loro prima comparsa anche dei grossi computer e dei nuovissimi registratori PCM della Sony, a quell'epoca un'assoluta avanguardia tecnologica.
Così, "Gaucho" è contemporaneamente uno dei primi album pop a master digitale della storia, e anche uno dei primissimi ad usare segmenti musicali e loop prodotti al computer, anche se sfortunatamente per loro, e per il produttore Roger Nicholls che ebbe l'idea, quei misteriosi scatoloni, per fungere da sequencer dovevano essere programmati secondo per secondo con un disusato linguaggio informatico (8085 Assembly Language, così dicono le note di copertina), cosa che complicò le operazioni notevolmente, invece che favorirle.
Del primo brano completato, che aveva l'eloquente titolo provvisorio di "The second arrangement", si sono perse quasi del tutto le tracce, perchè Nicholls per sbaglio lo cancellò parzialmente e per poco agli altri non venne un colpo; numerosi tentativi di riregistrare la parte cancellata si rivelarono infruttuosi, e così il pezzo fu definitivamente abortito; altri pezzi ("Kind Spirit", "The Bear", "Talkin’ about my home" e "Kulee Baba") furono esclusi dal progetto perchè, si dice, troppo allineati allo stile di "Aja", e nel frattempo il budget cresceva smisuratamente e venne accumulato l'abnorme numero di 320 bobine di materiale scartato.
"Were you blind that day" era una bellissima ballad che alla fine diventò la sofisticata "Third World Man", malinconico pezzo di chiusura del disco, dalla struttura semplice ma levigatissima; nel frattempo Mark Knopfler (già un tipo precisino di suo) fu obbligato per una settimana a ripetere l'assolo della svelta e funkeggiante "Time out of mind", finchè i due decisero, visto che era alla fine del brano, semplicemente di "sforbiciarlo" col fade out riducendolo a pochi secondi.
"Tonight when I chase the dragon", dicono gli esegeti steelydaniani, sarebbe un riferimento più o meno palese ai fumi dell'eroina, tanto per dire in che pasticci ci troviamo.
"Babylon Sisters" probabilmente vale da sola l'acquisto del disco, solo per il groove di Bernard Purdie, la liquidità sinuosa delle tastiere, i cori cesellati, la competenza dei fiati e il solito sarcastico Fagen, il cui humour certo non soffriva la digitalizzazione in PCM.
"Hey Nineteen" diventò un singolo di grande appeal radiofonico, scarno solo apparentemente, con un ottimo Hugh McCracken alla chitarra, synth efficacissimi e un ritornello irresistibile; con "no we got nothing in common\no we can't talk at all" il riferimento alla diciannovenne è chiaro, su "the Cuervo Gold" e "the fine Colombian" meglio glissare.
Scorre veloce "Glamour Profession", incastonata sul grande mestiere di Anthony Jackson al basso, sul perfetto impasto tra i fiati e le voci, e su di un bell'assolo di chitarra finale, ad opera di Steve Khan; a cosa alluda Donald con "illegal fun\under the sun" lo sa solo lui.
Il sax di Tom Scott apre "Gaucho", su cui Keith Jarrett ebbe qualcosa da ridire perchè gli sembrava troppo simile alla sua "Long as you know you're living yours"; comunque, ancora synth e fiati in grande evidenza, in un'atmosfera sempre rarefatta, in cui i "vuoti" prevalgono nettamente sui "pieni", come per la verità in gran parte dell'album, tanto che la registrazione (chiarissima) fa immaginare perfino il riverbero delle pareti dello studio.
"My rival" è una delle ennesime paradossali storie d'amore di Donald Fagen, in calibratissimo equilibrio fra le chitarre, gli ottoni e le parti stratificate di tastiera, e così torniamo a "Third world man", "l'era del terzo mondo" come tenta di pronunciare il cantante in un maldestro italiano, con un magistrale assolo di Larry Carlton.
L'album così com'è, lapidario, asciutto, quasi laconico, uscì nel novembre 1980, dopo due anni e passa di clausura in sette studi differenti, e non prima che Walter Becker fosse investito da un taxi e si rompesse una gamba: quando già impazzava per radio "Hey Nineteen" Fagen e Becker si divisero, uno alle Hawaii e l'altro a NY, e dei Dan si tornò a parlare solo nel 1993, anche se il discorso di "Gaucho" è con tutta evidenza ripreso dall'eccellente album solista che Donald pubblicò nel 1982, "The Nightfly".

Qualsiasi edizione va bene: è una meraviglia digitale. Per mio divertimento me ne sono procurato varie versioni, tra cui la niente affatto economica Mobile Fidelity (UDCD 545 made in Japan nel mio caso), verso cui Roger Nichols scrisse un violento articolo su "EQ Magazine" nel 1991 affermando che per quell'edizione, invece che i suoi recentissimi transfer digitali, era stato usato un master analogico forse nemmeno di prima generazione e riprodotto ad una velocità leggermente superiore al dovuto, tanto da cambiarne la tonalità. La differenza è probabilmente meno evidente di quello che Nichols afferma, e in pochi se ne sarebbero mai accorti, ma fatto sta che pur ignorando tutto questo, la mia versione istintivamente preferita è sempre rimasta una vecchia MCA da quattro lire (MCAD-37220 DIDX 56, a stampa Sony), ed esiste oltretutto un consenso abbastanza ampio verso queste antiche MCA rispetto alle susseguenti riedizioni economiche con retrocopertina plaid, al box "Citizen Steely Dan", alle nuove stampe rimasterizzate anni '90, e anche alla versione MoFi di "Aja", essa stessa di matrice analogica.

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