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danzig

 

 

 

Ho qualcosa per gli amanti dell’hard rock, quindi questo disco potrebbe non piacere a tutti, ma tant’è: ormai MTV, grazie ai Guns ‘n Roses, al Black Album dei Metallica e ai Nirvana, ha definitivamente sdoganato le chitarre elettriche a mille watt, e i timpani degli ascoltatori moderni italiani si sono fatti decisamente più elastici, allo stesso livello dei musicofili British e americani, che a certi eccessi sonori sono abituati da molti più anni di noi.

Ebbene, per finirla coi pistolotti, Glenn Danzig (che di cognome in realtà fa Anzalone, dite voi da dove viene), nato a Lodi, New Jersey, ragazzo difficile negli anni ’70, cantante di una band punk assolutamente di culto, i Misfits, ispirata in toto ai fumetti splatter di cui andava pazzo, dopo un decennio sulla cresta dell’onda nei circuiti underground di mezza America viene scritturato da un produttore emergente, Rick Rubin, che oggi è straricco e ha perfino trafficato con l'ultimo album dei Metallica, ma che all’epoca, nel 1987, era semplicemente a capo di una casa discografica indipendente di musica rap, la Def Jam, aveva prodotto il mostruoso “Reign in blood” degli Slayer, e, soprattutto, era stato l’eminenza grigia di una straordinaria operazione commerciale: il rilancio degli Aerosmith, desaparecidos in pratica dalla fine degli anni ’70, grazie all’esplosivo sodalizio con i Run DMC nell’ormai celeberrima “Walk this way”, un vecchio brano di “Toys in the attic” riciclato per l’occasione a suon di rap, che furoreggiò in heavy rotation su radio e TV .

Impressionato dalla vena gothic-metal dei Samhain, in pratica la seconda incarnazione dei Misfits, con qualche limite tecnico in meno, il barbuto Rubin voleva prendersi Danzig perchè in mezzo a quei fumi sulfurei intravedeva delle capacità, e contemporaneamente Glenn aveva cambiato vita, tagliando con alcool e droghe, e voleva farla finita col fracasso punk per tornare ad alcuni vecchi amori mai nascosti, il sano rock americano, i Doors e perfino Elvis Presley; dicevo, Rubin avrebbe scritturato Danzig a patto che quello liquidasse tutti gli altri componenti della band e si circondasse di musicisti “veri”, e infine i due vennero a patti e Danzig ottenne di poter trattenere il bassista Eerie Von con cui aveva una certa intesa.

Non prima di essere finito nella colonna sonora dell’oscuro “Less than zero” (un semisconosciuto film con James Spader, e un Robert Downey Jr. già tossico, sull’usurato tema dei viziosi collegiali americani), come compositore, con un brano poi cantato da Roy Orbison, e anche come cantante, in sorprendente versione crooner, l’ex re nero del punk si mette al lavoro, col fedele Von e due nuovi membri, l’ottimo John Christ alla chitarra e il potente batterista Chuck Biscuits, anch’esso reclutato nell’area hardcore; l’ispirazione non viene più da zombie, vampiri e marziani, ma dalle personalità maledette dei vecchi bluesmen del Delta, di Jim Morrison e dei Black Sabbath, quasi evocati in un rito vodoo che inizia col riff maligno di “Twist of Cain”, in cui Christ mostra da subito le sue qualità e Danzig esplora il suo registro più tenebroso; l’interesse per tematiche sinistre e oscure non è cambiato, ma il songwriting più complesso e le capacità musicali del quartetto danno vita ad una nuova e più evoluta entità diabolica;”Not of this world” accelera il battito, sembra sì di sentire i Doors, ma con Tony Iommi alla chitarra ("I am the dawn upon your bloody beach"... sarebbe piaciuto al lisergico Jim) e “She rides” è un vero e proprio blues, seducente e maligno come la donna di cui parla; ma il più grande successo dell’album è stata “Mother”, tutta basata su di un incendiario riff alla AC\DC, aggressivo e tremendamente dark allo stesso tempo, e sulle allusioni al sinistro potere dell’heavy metal sui giovani paventato dai genitori, gli stessi che da anni vogliono l’adesivo “Explicit lyrics” sulle copertine dei dischi.

Ancora degni di nota, alcuni trucchetti rubati all’”Esorcista”, con le voci riprodotte al contrario su “Possession”, e, dice la leggenda, il grande fan dei Misfits James Hetfield nei backing vocals, e altro sanissimo hard blues con “The Hunter”, con un magnifico assolo di chitarra di John Christ.

Difficile buttare via qualcosa: l’album ha un senso complessivo, è poderso hard rock vecchia scuola, e il tipo stesso di sonorità scelta lo rende imperdibile; come tecnico per il master digitale fu scelto all’epoca il grande Barry Diament, uno dei pochi sound engineers che bada al sodo e non usa trucchi, cosicchè la potente chitarra detuned è talmente onesta e asciutta da sembrare vera, e la grancassa non è un grilletto come in tanti cd metal moderni; e se già il compact disc ha una dinamica sfondawoofer, chi possiede la versione in vinile giura che è ancora migliore, anche se pare che trovarla, per via della scarsa tiratura, sia una vera sfida.

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