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death-magnetic

 

 

 

Buone notizie dal fronte per noi poveri fantaccini coperti di fango: miei prodi, il generale Hetfield ha finalmente riportato a casa, con ancora la cotica addosso, la sua truppa di difensori della fede metallica, accompagnata da un tizio barbuto e senza scarpe, che alcuni ben informati dicono chiamarsi Rick Rubin.
Dopo mille peripezie, attraverso polpettoni sinfonici, escursioni country-rock, tagli di capelli improbabili e videoclip costosi, disarcionato Bob Rock dalla console, ecco un cd di feroce, compatto, tagliente heavy metal, che attinge a tutto il repertorio e alle vere radici di questo gruppo, gruppo che quest'anno festeggia, si stenta a crederci, i venticinque anni dall'uscita dell'epocale "Kill 'em All".
E come festeggiare adeguatamente, se non facendo un passo indietro in direzione di quegli antichi fasti? Ed è il caso di dire, che mai un passo indietro è stato più gradito di questo; ciò non significa che il conato furibondo di "St. Anger" sia stato completamente dismesso, anzi, James Hetfield sembra schiumare ancora più rabbia ed energia repressa; "That was just your life" inizia con un battito cardiaco, un elementare e sinistro arpeggio, e poi esplode una mitragliata che segna il definitivo risveglio dal coma del lungodegente colosso metallico; mentre Lars Ulrich raddoppia e quadruplica con la grancassa, J-Het macina schitarrate e parole come ai bei tempi di "Blackened" e "Fight fire with fire", ma con una ferocia tale che sembra gliel'avessero impedito fino a due minuti fa, lasciandolo chiuso da qualche parte, "like a general, wihout a mission, until the war will start again": è tutto Hetfield quest'odio per il mondo, questa volontà distruttiva; invece che sventrare stanze d'albergo, compone pezzi come questo, li infarcisce di sei o sette riff spaccaossa, e ricominciando la sua guerra personale si libera dei demoni che lo inseguono.
E la catarsi continua con "The End of the Line", altro tempo accelerato, che ferma l'assalto solo per pochi secondi, dopo complessivi 13 minuti di fuoco continuo, e poi riparte implacabilmente.
Non c'è dubbio che l'album dal punto di vista tematico appartenga totalmente a James, o forse non a lui ma alle sue zone d'ombra: "Broken Beat and Scarred" è una "Sad but True" terremotata, spezzata in più sezioni, e si accettano scommesse su chi sia passato  "through black days, through black nights, through pitch black insights"; forse questo è il brano migliore dell'album, migliore anche del singolo "The Day that never comes" e della sua oscura metafora "the son shine never comes"; probabilmente, "The Day" obbligherà MTV a trasmettere solo i primi 3 minuti del videoclip, perchè poi parte come uno tsunami, e addio easy listening.
Anche "All nightmare long" in quanto a complessità sta al passo con i pachidermi di "Justice" e "Master", ma ha un refrain degno dei vecchi Misfits ("hunt you down without mercy"), e un intermezzo di chitarra, assolo più ritmica, che è un vero tripudio per chi ha ancora in camera il poster ingiallito di Glen Tipton e KK Downing ricoperti di borchie. Poi finalmente in "Cyanide" spunta il nuovo arrivato, ma l'eccellente Roberto Agustin Vera Cruz Trujillo avrà di che lamentarsi del mixaggio, e dell'eccessiva compressione, che seppelliscono il suo ottimo lavoro mentre general Hetfield non smette un attimo di sputare veleno ed eruttare lava dalle fauci; "Justice" e "Master" vengono evocati ancora una volta, anche semanticamente, e l'assolo di Kirk Hammet è finalmente degno del suo talento.
Un'altra delle passioni dei Metallica è la musica di Morricone, e "The Unforgiven III" sembra presa direttamente dal libretto compositivo del grande direttore, e messa insieme dieci anni fa, ai tempi di "Load"; è un brano che prova ad essere epico, che evoca grandi spazi e cieli americani, ma la sensazione è che quando non c'è la morte da esorcizzare, Hetfield si perda un po' in autocompiacimento: ciononostante, si tratta di un tentativo interessante.
Ottima invece "The Judas Kiss", che parte con un tremendo riff spezzato, molto industrial, e lascia ampio spazio alla chitarra solista, mentre James percorre il suo consueto viaggio-verso-l'abisso-e-ritorno ("Bow down, sell your soul to me, I will set you free, pacify your demons", Sigmund dove sei?).
E prima della scossa sismica finale di "My Apocalypse", una nuova "Motorbreath" direi, ma senza Cliff Burton, c'è anche una lunghissima e atmosferica strumentale, altra pratica dimenticata da vent'anni.
Insomma sono proprio tornati, e l'unica pecca vera di quest'album è la mostruosa compressione in sede di mastering, che vi renderà impossibile perfino importare i brani con Itunes senza che siano atrocemente distorti; un vero peccato, anche perchè la mano dello stratega Rubin si sente eccome.

 


 

"Death Magnetic" è l'equivalente musicale dell'invasione della Georgia da parte della Russia; un improvviso atto di aggressione del gigante addormentato. (Brian Hiatt - Rolling Stone)

 

I Metallica sono riusciti a rendere il 100% di questo materiale assolutamente metal E commerciale, e dunque digerirlo sarà tutt'altro che spiacevole. (Martin Popoff - Hardradio)


Death Magnetic è stato indicato come un ritorno alle tipiche sonorità dei Metallica anni '80, ma in realtà è più di questo: è un riesame ossessivo di quel sound, un esercizio di memoria quasi fisico. I fan già cercano fra i riff e gli assoli dei riferimenti al passato, e la rivisitazione sembra voluta, come un'antologia di ciò che a loro riesce meglio. (Ann Powers - Los Angeles Times)

 

Te lo puoi immaginare mentre esplode dagli altoparlanti di qualche carro armato in Medio Oriente... incredibile sentire quanto Rick Rubin sia riuscito a far suonare questa band selvaggia e affamata. (Chris Jones - BBC)

 

Fucking solid (The Chicago Bull - Everything from Bulls to Bullshit)

 

 

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