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BlackSabbath

 

 

Anthony Frank Iommi, chitarrista dei Mythology all’alba del 1968, era già qualcuno nel circuito underground di Birmingham e dintorni, e pensava in grande, tanto da decidere di licenziarsi dal suo noioso posto di lavoro in fabbrica, smetterla coi profilati metallici e dedicarsi alla musica al 100%; caso volle che Tony nell’ultimo giorno di lavoro avesse un incidente: la macchina che stava usando gli tranciò due falangi della mano destra, e improvvisamente l’aspirante rockstar si ritrovò, oltre che senza lavoro, anche senza poter suonare, visto che, essendo mancino, con le dita mutilate non riusciva a combinare granchè; oltretutto due componenti della band abbandonarono la baracca e se ne tornarono ad Aston a trovarsi un lavoro decente, e così la banda era ridotta a due soli elementi, Tony appunto, e il vecchio amico “Geezer” Butler che strimpellava la chitarra ritmica su una vecchia Telecaster.

Memore del grande Django Reinhardt, che con sole tre dita aveva fatto numeri da circo, Iommi si fece coraggio e, abbandonato il proposito di imparare a suonare come i destrimani, si arrabattò "ricostruendosi" i polpastrelli con plastica e colla; nel frattempo sfogliava gli annunci di lavoro alla ricerca di qualcosa di interessante, e trovò un tizio che nella sua inserzione diceva “Ozzy Zig needs gig - has own PA”. Questo si presentò a casa sua, senza scarpe, e dietro richiesta se ne venne fuori anche con il nome di un batterista che conosceva, un certo Ward, compagno di sbronze di un altro batterista locale, John Bonham.

Vista la situazione non proprio allegra era il caso di provare: Ozzy alla voce, Tony con le dita “aggiustate”, Bill Ward alla batteria e Butler, che non aveva mai suonato il basso in vita sua, con una Telecaster senza due corde; qualche giro blues, un paio di cover dei Cream, e brevi improvvisazioni jazz, visto che a Iommi piacevano molto Wes Montgomery e Joe Pass: c’era la chimica giusta, e i quattro diventarono, prima come Polka Tulk Blues Band, e poi come Earth, il gruppo più fracassone della città, avventurandosi perfino nel circuito londinese, tanto che Ian Anderson li notò e chiese a Iommi di unirsi ai Jethro Tull, dato che Mick Abrahams se n’era andato e gli serviva un chitarrista.

Tony inizialmente cedette alle lusinghe e per due settimane fu un membro effettivo dei Jethro, il tempo di finire nel baraccone di “Rock ‘n roll Circus” insieme a tutte quelle celebrità; però non era il “suo” gruppo: troppo invadente la personalità di Anderson, troppe le divergenze, e poi il chitarrista sentiva di aver abbandonato a Birmingham una bomba inesplosa, e tornò sui suoi passi.

Dopo un’altra serie di concerti (compensati con una media di 25 sterline l’uno) in Inghilterra e poi anche in Germania e Svizzera, grazie agli agganci del nuovo manager Jim Simpson, il quartetto adottò il nome di Black Sabbath, ispirato da un film di Mario Bava del 1963 (che in Italia si chiama “I tre volti della Paura”) con fra gli altri anche Boris Karloff come protagonista.

Forte del repertorio costruito in un anno di esibizioni live, e di due nuovi brani, “Black Sabbath”, appunto, e “Wicked World”, il gruppo si rinchiuse negli studi di Tottenham Court Road, e in due giorni partorì il suo primo disco, registrato in presa diretta su un modesto otto tracce.

L’inquietante copertina e la vistosa croce invertita all’interno dell’album furono decise dalla Vertigo, la nuova etichetta progressive di famiglia Philips che li aveva messi sotto contratto, lasciando alla band solo la possibilità di “approvare”, e così venerdi 13 febbraio 1970 “Black Sabbath” venne dato in pasto all’ignara Albione, senza alcun appoggio radiofonico, confidando solamente nell’appeal live di quei quattro capelloni che sembravano piombati lì dalla trasgressiva Seattle.

Campana a morto, pioggia e un pesantissimo, neandertaliano riff di chitarra, derivato da un giro di basso di Geezer: così inizia “Black Sabbath”, e quelle tre note segnano anche l’alba di una nuova epoca per l’hard rock, alla faccia del flower power; Tony accorda la sua Gibson SG un paio d’ottave più in basso (in futuro farà di peggio) e la voce di Ozzy-da qui in poi-Osbourne è un rantolo psicopatico; il brano, complessivamente lento e sulfureo, ingrana nel finale, e con quel finale è in debito almeno un quarto di secolo di metallo pesante.

Segue l’acidissimo blues di “The Wizard”, con un grande Ward e Ozzy feroce all’armonica, e poi “Behind the wall of sleep”, giro di chitarra zeppeliniano e voce che ipnotizza, saltando da destra a sinistra, come uno spirito maligno e allucinato; il basso di Butler prende piede: non sempre segue il ritmo della grancassa, come la regola vorrebbe, ma compenetra le pennate di Iommi come una seconda chitarra ancora più scura e tellurica, per poi partire da solo, e il breve intermezzo sfocia nell’intro di NIB, un altro dei marchi di fabbrica storici dei Sabbath; la voce nasale di Ozzy si appoggia proprio sulla tetra linea di chitarra\basso, vero traino del sound sabbathiano, e l’invito a vendere l’anima al diavolo è bello e pronto: ”my name is Lucifer, please take my hand”, per il sollucchero dei satanisti di tutto il mondo.

“Evil Woman” è una curiosa cover (dei Crow, chi li ha mai sentiti?), e in origine avrebbe dovuto diventare un singolo, ma poi non se ne fece nulla, anche perchè il pezzo è un motivetto piuttosto scialbo; l’intermezzo acustico di “Sleeping Village” fa rientrare bruscamente nell’atmosfera lugubre della copertina, e poi si attacca con “Warning”, altra cover, scritta dal batterista Aynsley Dunbar, che viene iniziata e abbandonata quasi subito a favore di un tourbillon di assoli di chitarra, come fosse uno standard jazz su cui ricamare; reminiscenze jazzistiche tornano anche in “Wicked World”, che per la verità è assente in certe edizioni, e a giudicare dal diverso sound si deduce che provenga da altre session, probabilmente precedenti, ma rimane interessante perchè rivela il background artistico di Tony Iommi, fatto non solo di fragoroso hard rock; nei concerti, questo brano assumeva dimensioni perfino parossistiche, alla maniera dei vecchi Deep Purple: Ozzy scompariva nel backstage, e i tre rimasti sfoderavano un quarto d’ora di improvvisazioni, trasformandosi in un psichedelico terzetto jazz.

Però, se si deve trovare qualcosa in questo album che possa essere lasciata ai posteri, se ne menzioni una sola: il sound; non si era mai sentito in nessun album rock degli anni ’70, ma a pensarci bene, neanche dopo, un suono di chitarra e di basso così vivo, potente e incisivo; su chi abbia inventato il termine “heavy metal” c’è una diatriba chilometrica, ma mai come in questo caso è assolutamente adatto: made in Birmingham, la città delle fonderie.

 

Nei negozi circola un remaster Sanctuary di buona qualità, e a prezzo contenuto: non suona come “The Wall” ma può andare bene, e in realtà non differisce poi molto dalle vecchie edizioni Castle uscite negli anni '80, se non nel packaging; invece, parlando di packaging, la nuova versione Deluxe su due dischi è davvero ricca, oltre che decorosamente rimasterizzata, ma se si guarda alla parte musicale, un secondo disco pieni di out-takes non ne giustifica l'esoso costo (28\30 euro); piuttosto, per gli spendaccioni amanti dell'import, meglio l'ottima versione SHM vinyl replica solo giapponese, costosetta (28\29 dollari su eBay.com) ma dal suono davvero interessante.

 

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