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10 maggio 2012 4 10 /05 /maggio /2012 17:28

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"... abbiamo cercato di interpretare un sentimento collettivo, abbiamo ascoltato la gente comune e cercato di metterci sulla lunghezza d'onda", così si espresse Mario Serio, uno dei membri della corte presieduta da Piero Sandulli, in una sbalorditiva dichiarazione a "Repubblica" nel luglio 2006, mentre Sandulli al "Corriere" aveva appena parlato dell"'insana temperie" che avvolgeva il mondo del calcio, ammettendo però che non era stato possibile provare se il campionato in questione (quello del 2004\2005) fosse davvero falsato. Quindi meglio affidarsi all'opinione, alla chiacchiera da bar, allo sputtanamento mediatico, al "sentimento popolare" appunto, e raccontare una storia grottesca, quella di una squadra piena zeppa di campioni, quasi tutti in campo poi nella finale mondiale di quello stesso anno, che per vincere lo scudetto deve ricorrere a loschi maneggi, a soprusi, di cui le altre società sono innocenti vittime.

Ma il sentimento popolare, quando si parla di una squadra che ha una quindicina di milioni di tifosi solo in Italia, è uno strumento piuttosto difficoltoso da maneggiare. E infatti è bastato che la Juventus tornasse a vincere, dopo sei anni dal suo smantellamento forzato, per sollevare un'impressionante ondata di pensiero, di opinioni, e anche solo di chiacchiere, di persone che a quella storia non vogliono credere, e che anzi, proprio nell'operato dei Guido Rossi, dei Sandulli, dei Ruperto, vedono i connotati di un'"insana temperie", di una volontà di cambiare le carte in tavola in un modo scorretto.

A peggiorare le cose, nel 2006 contribuì poi la stessa Juventus, col suo atteggiamento remissivo, guidato sicuramente dall'alto, un errore strategico imperdonabile che renderà ancora più difficile cancellare quelle macchie dall'albo d'oro societario, perchè di fatto la società Juventus ha accettato quel processo sommario e i suoi esiti, quando invece avrebbe dovuto difendere i suoi dipendenti a spada tratta, soprattutto di fronte a un'istituzione debole come la Federcalcio, che in fondo è tale e quale a un prestigioso club di golf, la cui ricchezza sono i suoi iscritti, degli iscritti che portano in cassa fior di quattrini, e pertanto andrebbero tutelati.

Ma la Federcalcio è da lungo tempo solo un uomo di paglia, una giacca che si può tirare da una parte o dall'altra, senza un personaggio forte e sufficientemente super partes da non poter subire pressioni. Da anni cambia le regole a partita in corso, pasticcia col numero degli stranieri, con la norma sugli extracomunitari, con la prova televisiva, con la legge spalmadebiti, e soprattutto è storicamente schiacciata tra due lobby, quella milanese e quella romana, e si barcamena dando un colpo al cerchio e uno alla botte, e sperando che nessuno se ne accorga.

Solo che qualche milione di juventini invece se n'è accorto, e l'incazzatura che ne deriva è a tutti gli effetti, anche quella, un sentimento popolare bello e buono, che non può e non deve rimanere inascoltato. In fondo, un tribunale della Repubblica (un tribunale con accusa e difesa, con un giudice vero, e senza telecamere e frastuono di trombette) ha sì condannato Moggi per un faticoso "tentativo di reato", ma ha di fatto smantellato tutti i pilastri su cui si basava la condanna sportiva; le ammonizioni mirate non esistevano, il sorteggio non era truccato, Paparesta non è stato rapito, le telefonate le facevano tutti, perchè i designatori a tutti rispondevano, e si barcamenavano anche loro nel mare mosso dei giochi di potere. E soprattutto, a questi giochi non era estranea neppure la squadra che più di tutte si è giovata del commissariamento della Juventus, quella che ha avuto in premio uno scudetto sbagliato e falso come una moneta da tre euro, e la strada sgombra per costruire un ciclo vincente.

E poi diciamocela tutta; la stella sulla maglia, quella che vale dieci scudetti, è una pensata di Umberto Agnelli, che risale al 1958, quando la Juventus vinse il suo decimo scudetto; Umberto era un giovanotto ventiquattrenne, un membro illustre di quel club di società calcistiche, e di quel club fu anche per due anni il presidente. Se adesso il figlio di quell'Umberto deve entrare in Federcalcio con uno stuolo di avvocati al seguito, e deve chiedere dei danni, quantificare perdite, indire conferenze stampa bellicose, significa che sono stati fatti molti errori, alcuni macroscopici, ma in fondo nessuno totalmente irrimediabile, se si facesse uso del buon senso, invece che dare retta a Baldini o Auricchio.

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Published by Doyle - in sport
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