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1 dicembre 2011 4 01 /12 /dicembre /2011 10:59

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Un ombrello sarebbe stato comunque utile, ma questa volta sono stati i gol a diluviare. Alcuni belli, quello di Matri per esempio, o il secondo di Pandev, e altri un po' casuali, segno che la stanchezza per gli impegni ravvicinati si fa sentire, e che le due migliori squadre del campionato insieme al Milan sono tutt'altro che perfette. La Juventus ha buttato via un tempo, giochicchiando con poco costrutto, sbagliando molti passaggi, e con un Vucinic indisponente e sempre spalle alla porta, cosicchè il Napoli ha potuto applicare alla perfezione i dettami tattici del suo allenatore: aspettare gli avversari, rubar palla e ripartire alla baionetta, senza Cavani ma con frecce avvelenate come Lavezzi e Hamsik sempre pronte allo scatto decisivo, e utilissime nel far salire la squadra dando respiro alla difesa. E di questa situazione, Conte è parzialmente responsabile, visto il curioso assetto scelto per la partita, un 3-5-2 con Lichtsteiner laterale di centrocampo e Pepe interno, un Pepe che però andava sempre a intasare la corsia sinistra senza trovare mai uno spunto significativo. Ma il calcio è bello anche per questo: gli stessi uomini, nel secondo tempo, con Pepe accentrato in posizione quasi da trequartista, e Vucinic finalmente faccia al nemico, hanno saputo cambiare il volto del match, e recuperare fino ad un insperato 3-3, che avrebbe potuto diventare perfino una vittoria con un po' più di coraggio nei cambi. Sì perchè a dieci minuti dalla fine, il Napoli era fermo sulle gambe, e la panchina bianconera schierava due o tre elementi (Quagliarella, Krasic, lo stesso Del Piero), che insieme all'infaticabile Estigarribia, sono dotati delle qualità ideali per far scattare il contropiede e colpire i partenopei con la loro arma preferita. Vincere sarebbe stato troppo? Forse sì. Il pareggio è un risultato equo, ma non saranno pochi gli juventini che davanti alla TV in quei dieci minuti finali evocavano Lippi, rimpiangendo il decisionismo  dell'uomo col sigaro, quella sua rapidità di pensiero che ai tempi belli gli permetteva di rivoltare qualsiasi partita come un calzino.

Ma queste sono partite che, paradossalmente, è importante anche solo non perdere. Una buona squadra non diventa grande solo quando vince, ma anche se si trova nei guai fino al collo, e trova le forze per tirarsene fuori, e soprattutto, se sfrutta queste occasioni per analizzare i propri difetti, quelli che un avversario abile prova a sfruttare.

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Published by Doyle - in sport
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