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14 aprile 2013 7 14 /04 /aprile /2013 23:58

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Si era detto che rimanevano ben poche speranze di qualificazione dopo il 2-0 dell'Allianz Arena, e non ci voleva il mago Otelma per capirlo; il Bayern è una macchina più potente e più collaudata della nostra, e l'ha dimostrato anche allo Stadium, imprimendo al match di ritorno il ritmo che voleva, contenendo senza troppe difficoltà la nostra (buona) prima mezz'ora, e trovando alla fine altri due gol, quando ormai la Juve aveva parcheggiato l'autobus da qualche parte e aspettava solo il fischio finale. Come un grande pugile che obbliga l'avversario a combattere l "suo" match, il Bayern ha grande personalità; a Monaco serviva attaccare e pressare furiosamente, e l'ha fatto; a Torino bastava gestire la situazione, e puntualmente è accaduto.

Che i tedeschi fossero dei seri candidati alla vittoria finale lo sapevamo; ignoravamo invece la differenza fra noi e loro, e l'aggregate score di 4-0 la illustra piuttosto chiaramente. Non dev'essere però questa una sconfitta che getta nello sconforto; essere competitivi in Champions dev'essere un nostro obiettivo, e la storia della Juventus insegna quanto sia sfiancante inseguire quella coppa.

Più di ogni altra cosa la squadra vista contro il Bayern è apparsa sterile; ha costruito poco e sbattutto spesso sul muro difensivo bavarese; ha, banalmente parlando, calciato poco verso la porta e spesso in modo fiacco; non si son visti nè cross dal fondo, nè sovrapposizioni, due dei metodi più vetusti ed efficaci per buttare qualche palla in rete, e il ritmo di gioco è sempre rimasto basso, come i tedeschi volevano. In più, dopo un inizio tutto sommato promettente, fra le nostre fila ha iniziato a tirare una certa aria di rassegnazione, come se non mancassero altri sessanta minuti alla fine, e se anche la carica nervosa ci abbandona, la missione, da difficile, diventa impossibile.

Ecco che quindi ritorna un vecchio discorso: in Champions serve esperienza; le gambe non devono tremare, serve carattere e il carattere viene molto spesso dai veterani; la classe e la qualità di gioco sono importanti ma non sono tutto. Proprio per questo, come spesso si è visto nella storia della Coppa Campioni, si son portate a casa l'ambitissimo portaombrelli squadre nella fase declinante del loro ciclo vittorioso, come l'Inter del 2010, il Chelsea lo scorso anno, il Milan nel 2007, ma anche la Juve del '85 o il Liverpool l'anno prima, oppure semplicemente con molti vecchi pirati in campo, come il Borussia del '97 che ci tolse un bis europeo meritatissimo. L'esperienza ad alto livello è un fattore fondamentale quando si tratta di fornire prestazioni di qualità (individuali o di squadra) nel momento topico della stagione. Rimanendo in casa nostra, la Juve del '96, pur di rientro dopo parecchi anni di assenza dalla competizione, vinse contro un grande (e giovanissimo) Ajax campione in carica schierando Ferrara, Vialli, Deschamps, Jugovic, Vierchowod, soldati di lungo corso in tutte le coppe europee.

Per questo non è facile costruire dal nulla una squadra di grande qualità tecnica e caratteriale; serve tempo, e il nerbo del team si deve irrobustire stratificandosi come il tronco di un albero, grazie a una progressiva selezione degli elementi più funzionali al progetto.

I tifosi juventini più attenti ricorderanno che certo, l'arrivo di Moggi fu importantissimo, ma all'inizio del '94, all'atto dell'insediamento della Triade, il materiale umano a disposizione era già di ottimo livello: Baggio, Vialli, Carrera, Kohler, Peruzzi, Del Piero, Conte, Di Livio, Marocchi, Ravanelli erano già in rosa, e pochi innesti mirati (Ferrara, Sousa Deschamps) fecero la differenza; e nonostante Moggi, che mai ha goduto dell'infallibilità papale pur rimanendo comunque un campione inarrivabile in quanto a gestione della squadra, il ciclo Lippi si esaurì nel '98\'99 a causa di una campagna acquisti micragnosa che ridusse la rosa all'osso proprio mentre in Champions emergevano forze nuove come il Manchester, il Bayern e il Deportivo. Eppure, quella Juve usurata, priva di Del Piero e poi anche dello stesso Lippi, arrivò a giocarsi una furiosa semifinale contro i Red Devils di Ferguson (giocando, fra l'altro, col 4-5-1), due match che dalle parti di Manchester ancora ricordano, e fu vicinissima alla quarta finale consecutiva (la quinta se si considera la UEFA del '95) proprio grazie al carattere d'acciaio dei suoi veterani, oltre che a Zidane, che sostanzialmente quell'anno reggeva da solo tutta la baracca.

Oggi la squadra ha qualità e un allenatore fra i migliori al mondo; sono basi importanti per cominciare un percorso europeo degno di essere ricordato.
Adesso, impariamo a stare lì sopra, anche se l'aria è rarefatta. Lo diceva Aristotele parecchio tempo fa: in fondo siamo ciò che facciamo ripetutamente, e l'eccellenza, quindi, non è un'azione, è un'abitudine.

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Published by Doyle - in sport
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