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13 aprile 2011 3 13 /04 /aprile /2011 19:30

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Torniamo indietro nel tempo. Inizialmente i Weather erano l'ideale continuazione delle più infuocate session del Miles Davis elettrico, quelle di "Bitches Brew" e soprattutto di "In a silent way", di cui il membro fondatore Joe Zawinul, eccellente e innovativo tastierista, era stato il principale compositore: insieme con il sassofonista Wayne Shorter, altro pezzo da novanta in molti album davisiani, la strada intrapresa sin dall'inizio, come ad esempio in "Sweetnighter", del 1973, non si discostava molto dai canoni estetici di quei due fondamentali capitoli della cosiddetta "svolta elettrica": ipnotici groove psichedelici di tastiera intessuti con frammenti melodici presi dal blues e dall'"antico" bebop, con un pronunciato battito funky e il potente supporto ritmico del contrabbassista Miroslav Vitous, oltre che di incisive percussioni Afro-americane.

Quindi d'accordo, se proprio dobbiamo catalogarlo, “Heavy Weather” è un disco fusion. Però, all'interno di questa tumultuosa corrente derivata dal jazz è uno degli album più "trasversali" esistenti, soprattutto per merito del genio di Jaco Pastorius, oltre che della decisione di Capitan Joe di darsi una calmata con le improvvisazioni, e passare a linee melodiche più definite, proprio in un momento storico poi, in cui il jazz sembrava destinato a ristagnare nell'eterna ripetizione di se stesso.
Ma "Heavy Weather" è molto di più: Pastorius era l'astro nascente del basso elettrico, un esuberante giovanotto di origine cubana che secondo la leggenda riuscì a farsi conoscere dalla band grazie a un suo nastro, su cui Zawinul ebbe a dire “no grazie, noi in realtà cercavamo un bassista”; il suo decisivo apporto nei Report, già sensibile in “Black Market”, spostò l'ago della bilancia ancora di più sul versante funky e caraibico, e grazie a capacità compositive e melodiche sopra la media rese il loro linguaggio più trascinante e accessibile, sia prendendo per sè le luci del palcoscenico, coi ritmi impossibili di "Teen town" e "Havona", sia fungendo da traino per gli altri, come in "Palladium", firmata da Wayne Shorter, o nella morbida ballad "A remark you made", ma soprattutto nell'esplosiva "Birdland", che incredibilmente finì nelle hit parade di mezzo mondo, alla faccia delle categorizzazioni musicali a tutti i costi, grazie all'accattivante dialogo tra i synth di Zawinul, il sax di Shorter e lo scoppiettante drumming di Alex Acuna, con il basso freetless di Jaco a fare da collante.
I Manhattan Transfer ne fecero poi una versione cantata, ma l'originale ha una potenza e un'energia insuperabili, a testimonianza che non serve sempre un refrain ad alto tasso di usurabilità per creare un brano popolare: se l'album jazz numero 1 dell'anno 1977 (secondo "Downbeat", mica "Tuttifrutti") è un disco che davvero chiunque potrebbe avere in casa, anche i rockettari come me, un motivo ci deve pur essere, e direi che sta principalmente nella vasta "cultura" musicale di Shorter e Zawinul, abbinata all'immenso talento di Jaco, qui ancora in pieno possesso delle sue soprannaturali facoltà e, oltre alla mera tecnica, di quell'istinto selvaggio e viscerale che l'ha portato ad essere il più popolare bassista del mondo.


Della serie "pietre miliari", basta e avanza l'edizione economica Sony attualmente in commercio, una rimasterizzazione coi controfiocchi; in giro ci sarebbe anche una (costosa) Sony Mastersound Gold, risalente al 1992, ma non ne vale la pena; quasi tutte le Mastersound, oltre alla discutibile confezione, hanno un difetto in comune: il mastering è decisamente spinto sui medioalti, immagino per accentuare i dettagli del programma musicale, come voleva la moda dei primi anni '90, quando iniziarono a comparire certi inquietanti adesivi “digitally remastered”, che col senno di poi sono diventati tutt'altro che una garanzia di qualità.

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Published by Doyle - in music
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