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8 febbraio 2012 3 08 /02 /febbraio /2012 15:33

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Le sorprese non finiscono mai. Aspettavamo le motivazioni della sentenza di Napoli e alla fine sono arrivate, a ridosso della scadenza ultima di 90 giorni dalla fine del processo. Le aspettavamo, ma non sono come ce le aspettavamo. Ne stanno già parlando i giornali e le TV, soprattutto quelle regionali, popolate, e frequentate, dai tifosi più accaniti; ne stanno parlando con eccessiva sufficienza, spulciando l'imponente dispositivo forse con troppa fretta, alla ricerca di qualche anomalia che faccia notizia, in un senso o nell'altro, visto che alle bubbole sui colpi di tosse e le palline scolorite ormai non crede più nessuno.

Con un certo masochismo mi sono fornito del massiccio file pdf con tutte le 538 pagine, e ho intrapreso anch'io la lettura, dato che non mi piace pendere dalle labbra di questo o quel giornalista; il testo è infarcito di refusi e contraddizioni, e redatto con una sintassi laboriosa che scoraggerebbe anche chi ha maneggiato Hegel o Dostojevski. Ma soprattutto, è il ragionamento di fondo che non convince. 

Le motivazioni confermano che i sorteggi non erano truccati, nonostante, parole delle giudici, "il PM ne avesse fatto un suo cavallo di battaglia", e viene fatto intendere che la posizione dell'imputato principale esce dal dibattimento notevolmente sgravata, rispetto a quanto affermato dall'accusa. Fulcro della condanna sembrano essere in primo luogo il tentativo di reato, più che il reato stesso, stante l'ammissione che attraverso il dibattimento non è stato possibile far luce sui reali effetti dei comportamenti contestati a Luciano Moggi, e in secondo luogo l'utilizzo delle SIM estere, che di tutto il castello accusatorio è la parte più debole, fondata sul famoso metodo "artigianale" del maresciallo Di Laroni, a proposito del quale la sentenza afferma che "le deficienze che pur presenta non sono tali da minarne in radice la validità".

Ma, sorprendentemente, pur concedendo che il processo "non ha in verità dato conferma del procurato effetto di alterazione del risultato finale del campionato di calcio 2004\2005 a beneficio di questo o quel contendente", il dispositivo si sofferma poi sulle singole partite incriminate, una per una, e riguardo a molte, fornendo in appoggio estratti di telefonate "chiarificatrici", non teme di affermare che l'operato di Moggi ne abbia in qualche modo "predeterminato" il risultato, anche nel caso, poco felice dal punto di vista processuale, di un Cagliari-Juventus 1-1 che a noi juventini fece incavolare come bisce.

Poi, anche il modo con cui sono state gestite le indagini subisce un duro colpo: "[...] il ridimensionamento della portata dell'accusa [...] deriva dalla parzialità con cui sono state vagliate le vicende del campionato 2004\2005, per correre dietro soltanto ai misfatti di Moggi, dei quali sono state accertate modalità quanto alle frodi sportive, al limite della sussistenza del reato di tentativo"

Quello che viene rilevato dal collegio è "un continuo e prolungato chiacchierare sulla rete telefonica nazionale [...] potenzialmente idoneo a spingere i designatori, e talora anche gli arbitri, a muoversi in determinate direzioni piuttosto che altre", dimenticando però che questo comportamento era ammesso, anzi promosso, dai designatori e dalla stessa federazione allo scopo di mantenere animi più distesi, cioè nel comune interesse, ossia sostanzialmente per motivi di politica interna. E questo è un fatto su cui gli avvocati del Direttore avrebbero potuto insistere con maggiore forza, piuttosto che ripetere ossessivamente che "lo facevano tutti".

Ma sorprende anche leggere, oltre che i fatti che hanno contato, anche quelli che secondo le giudici non contano ai fini dell'esito dibattimentale: non conta che Moggi si stesse difendendo dai comportamenti, simili o anche peggiori, di altri soggetti del mondo del calcio, comportamenti che si sono spinti "fino a forme molto odiose di spionaggio"; cioè dunque, il parallelo processo Telecom rimane nell'ombra, nonostante abbia già palesato comportamenti pienamente antisportivi di personaggi intrinsecamente collegati al colosso della telefonia nazionale.

Non conta neppure, nella descrizione capo per capo delle partite in oggetto, che Jankulovski, in un ormai famoso Udinese-Brescia, sia stato correttamente espulso per aver colpito con un pugno in faccia un avversario, un fatto facilmente verificabile semplicemente visionando un filmato della rissa avvenuta a fine partita; sembra contare, piuttosto, che secondo lo spericolato "metodo Di Laroni", il cellulare presumibilmente appartenuto a Moggi abbia chiamato il cellulare presumibilmente appartenuto all'arbitro Dattilo, prima e dopo la partita, per impartire le sue istruzioni, anche se non vi è traccia del contenuto delle conversazioni fra i due, nè in verità delle conversazioni stesse.

E ancora, incredibile a dirsi, anche una volta caduta l'accusa di sorteggio truccato ("un mal riuscito espediente dell'accusa per generalizzare l'ipotesi accusatoria"), Moggi e l'arbitro Dondarini non si salvano dalla condanna neppure nella fattispecie di una partita, Juventus-Lazio, finita 2-1 per i bianconeri, in cui non viene rilevato alcun errore arbitrale ("in nessun errore ebbe ad incorrere Dondarini"), per il solo fatto che l'arbitro fu inserito in griglia sotto sollecitazione dello stesso Moggi, e che dunque "su quel campo Dondarini avrebbe anche potuto non esserci".

Eppure, leggo su Wikipedia, è accusabile di tentativo di reato "chi compie atti idonei e diretti in modo non equivoco a commettere un delitto", ma qui la non equivocità invocata dal codice sembra più un atto di fede, come facevano quei comunisti che, seguendo Giancarlo Pajetta, alla verità preferivano orgogliosamente la rivoluzione. Ma non è alla rivoluzione che dovrebbe aspirare un tribunale italiano, e neanche a macchiarsi del medesimo errore che esso stesso imputa al pubblico ministero, quello di "correre dietro ai misfatti di Moggi".

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Published by Doyle - in sport
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