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12 febbraio 2013 2 12 /02 /febbraio /2013 17:16

Skyfall-bond_roof.jpeg

 

"Cosa ti aspettavi? Una penna esplosiva?"

 

Che James Bond sia cambiato lo sapevamo già da "Casino Royale". L'operazione tecnicamente chiamata reboot consente di ricominciare una serie cinematografica da zero, com'è stato con "Batman", e il lifting sembra aver giovato all'agente segreto per antonomasia anche più di quanto abbia fatto con l'uomo pipistrello di Gotham City.

Nel caso di Bond, però, si correva il rischio di fare un torto ai fan di lungo corso; Bond è come i Rolling Stones, non può suonare musica elettronica, quindi, se modernizzazione dev'essere, che sia fatta con buon gusto. Ormai 007 è a tutti gli effetti un action-movie, e per distinguersi dalla media deve possedere una superiore caratura estetica; dev'essere un piatto ricco, altrimenti finisce per assomigliare a una puntata di McGyver, come capitò per "The Living Daylights", un film che neppure lo splendore del blu-ray riesce a sollevare di tono. Inoltre, reboot o no, Bond ha dei clichè da rispettare, gli appassionati lo amano per quello, ma non ci si può sedere sopra; l'indolente Roger Moore degli ultimi episodi, con la felice eccezione di "For Your Eyes Only", ne è un perfetto esempio.

Per fortuna la EON si è data da fare; ha scelto un superduro come Daniel Craig, registi di qualità e non più mestieranti, e cast di tutto rispetto, perchè Bond è stato spesso, se si esclude il villain di turno, l'unica stella del film, e tutti gli altri apparivano pallidi come lampadine da dieci watt.

Va detto che Sam Mendes ha diretto "Skyfall" con grande enfasi sull'impatto visivo; ciascun fotogramma del film potrebbe essere buono per un poster o per un wallpaper, e l'ibridazione fra scenari reali e creazioni computerizzate è praticamente perfetta, basti vedere l'isola abbandonata che Bardem\Silva usa come base. I personaggi hanno sufficiente spessore e si cimentano un po' tutti sul campo di battaglia; perfino Judi Dench\M impugna la pistola e spara: l'ossigenatissimo Silva ha portato la guerra nel cuore del MI6, quindi per l'Inghilterra questo e altro: meglio rimetterci la cotica piuttosto che subire il disonore di essere pensionata in favore del nuovo boss, Gareth Mallory, interpretato nientepopodimeno che da Ralph Fiennes. E Bardem stesso è un bastardo degno del Chris Walken di "A View to a Kill".

Compare poi anche una nuova Miss Moneypenny, interpretata dall'avvenente Naomie Harris, la quale, attenzione, è una tiratrice scelta che lungo il percorso abbandona il fucile per la scrivania, e non una specie di impiegata dell'INPS messa lì a far da segretaria al capo. E ricompare, dopo due episodi, la figura di Q: non più John Cleese, ma Ben Whishaw, un nerd occhialuto e informatizzato che di stare in prima linea non ha nessuna voglia,  e nemmeno di gingillarsi con assurdi gadget, quelli che un tempo erano la specialità della casa, e adesso sono uno dei tanti clichè di cui sopra. Perfino il leggendario sedile a espulsione della Aston Martin DB5 è ufficialmente ridicolizzato, da M in persona. Fate voi.

 

Ma veniamo a Daniel Wroughton Craig, perchè è sempre qui che i bondiani si scannano. Facciamolo a fettine.

Guardando al passato Daniel è il meno bello, il meno alto, il meno poliglotta, e fenotipicamente parlando, il meno internazionale; il suo volto non ha un tratto nobile, tracanna Heineken anzichè Bollinger, e non è neppure straordinariamente espressivo. Però accidenti, ha un fisico d'acciaio da peso medio, è totalmente credibile nelle scene d'azione, cosa che, ad esempio, a Roger Moore non riusciva neppure da giovane; maneggia le armi come un veterano del Vietnam, e pur essendo un ammazzasette alla Clint Eastwood i vestiti gli stanno un gran bene (anche se le scarpe, chissà come mai, continuano a non essere un granchè); insomma se la cava egregiamente in tutti i frangenti, e Mendes può perfino permettersi un certo gusto malizioso nel mostrarlo poco vestito, a testimonianza del fatto che i confini del machismo si sono spostati più in là.


Dunque il nuovo Bond è come Marchionne, punta sull'efficienza; non è più un vizioso playboy scassamacchine, anzi, c'è meno debauchery nel personaggio, anche se si accenna a una sua propensione all'alcol; c'è poco spazio anche per fare battute, come se Craig avesse portato qualcosa di sè nel personaggio (e non è improbabile) visto quanto poco sorride anche nei suoi altri film. Aggiungiamo al quadro il fatto che nel 2013 il montaggio cinematografico è ben più convulso rispetto alle cadenze placide di "Goldfinger", ed ecco che Bond non ha quasi più tempo per essere Bond. Da un pezzo ormai non fuma più, e adesso ci si son messe anche questa rinnovata etica del lavoro e la velocità rompicollo degli eventi a impedirgli di spassarsela e mettere tutto in conto alla regina come ai vecchi tempi. Niente più champagne, niente più caviale, il convento non passa nemmeno un crostino al foie gras, a proposito di stereotipi bondiani, e per veder meglio la bellissima Severine ci tocca comprare un numero di GQ. Gli stessi critici di sinistra che si stracciavano le vesti davanti a cotanta corruzione dei costumi, forse oggi non direbbero neanche più che è un fascista/maschilista/sessista; forse lo troverebbero socialdemocratico, se non facesse fuori tutta quella gente come un Charles Bronson qualsiasi.

Però, quello che ci interessava era che fosse un gran film, e questo è il migliore della trilogia recente. Cinque nomination "tecniche" all'Oscar, il BAFTA Award e un incasso record non fanno altro che irrobustire questa convinzione.
Per ostriche e champagne ripasseremo, confidando che il nuovo Bond sia davvero in cerca di se stesso.

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Published by Doyle - in roundabout
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